2 Maggio 2021
V Domenica di Pasqua
«Io sono la vite, voi i tralci». La rivelazione di Gesù include in sé la vera identità dei discepoli. Il nome di Dio è il nostro nome nuovo.
At 9,26-31; Sal 21 (22); 1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8
Il Vangelo di Giovanni torna a rivelarci l’identità di Gesù attraverso il tipico linguaggio dell’«Io sono». C’è però una novità significativa: questo è l’unico passo nel quale la rivelazione di Gesù include i suoi discepoli. «Io sono la vite, voi i tralci». L’Io sono è il nome di Dio rivelato a Mosè presso il roveto. Anche allora Dio lo aveva legato a quello degli uomini: Io sono il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. Non si può nominare Dio senza pronunciare il nome degli uomini con i quali egli fa alleanza. Non è un Dio solitario, lontano, assente, ma è un Dio di relazione, al punto tale che la relazione che stringe con l’uomo diventa costitutiva del suo stesso nome. Anche Gesù lega in modo inseparabile la sua identità alla nostra: io sono la vite, voi i tralci. Il nome di Dio diventa il nostro nome – «noi siamo» – perché l’amore del Risorto scorre nelle nostre vene così come la linfa della vite nei tralci. egli Atti, Barnaba rivela di essere tralcio buono che porta il frutto atteso. Egli è capace di superare la diffidenza della comunità di Gerusalemme, restia ad accogliere Saulo, il persecutore. È lui a introdurlo nella comunità, così che Saulo «poté stare con loro» (At 9,28). Se siamo innestati in Cristo, possiamo testimoniare un amore che supera distanze, diffidenze, inimicizie. Dio, infatti, «è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa», annuncia la 1 Giovanni. Ci conosce e ci ri-conosce nella sua comunione.
Commento a cura della Comunità di Dumenza