9 Ottobre 2022

XXVIII Domenica del tempo ordinario

Anno C

La nostra guarigione profonda è relazione riflessa, meditata, coscientizzata capace di farci ritornare sui nostri passi per incontrare meglio noi stessi.

Una radicale e inquietante diversità incontra non solo l’accoglienza, ma ancora una volta indirettamente, l’ammirazione da parte del Signore: “E gli altri nove dove sono?”. Questa domanda di Gesù, che trova la sua risposta nell’eucaristico ritorno di questo lebbroso per giunta samaritano, richiede alla nostra vita di diventare una risposta esistenziale piena di gratitudine. Il fatto di essere lebbrosi escludeva dalla vita sociale e religiosa; il fatto di essere samaritani metteva nella condizione di un sospetto ancora più grande a motivo delle diatribe di ortodossia, tutta questa diversità e potenziale estraneità non impedisce proprio e solo a uno su dieci di sperimentare unitamente alla purificazione e alla guarigione anche quella salvezza che proviene dall’esperienza personale e consapevole che è la “fede”. Tutti noi siamo come Naamàn il Siro chiamati a guarire dalla lebbra della nostra supponenza che facilmente diventa sospetto persino su Dio. Tutto noi dobbiamo imparare come Timoteo che se “la parola di Dio non è incatenata” allora non può che renderci più liberi, più sani, più umani, più santi. Le aspettative di Naamàn nei confronti di Eliseo e quelle dei lebbrosi che “dissero ad alta voce: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi!” (Lc 17, 13), devono essere purificate radicalmente per poter aprire la strada ad una guarigione che sia capace di toccare e trasformare tutta la persona. Il primo passo di questa purificazione è di non cedere alla fretta e di non lasciarsi prendere da un’urgenza eccessiva: ogni terapia non ha solo bisogno delle medicine, ma pure del tempo necessario perché esse possano fare effetto.

Commento a cura di d. Michael David, osb
Abbazia di Novalesa

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