18 Ottobre 2026
XXIX Domenica
del Tempo Ordinario
A Cesare va il tributo, a Dio tutta la vita: il discepolo resta libero da ogni idolo e appartiene solo al Signore.
IL CAESARIS TRIBUTUM
Leggiamo in Mt 22,21: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Come intendere questa frase di Gesù che ha fatto storia? In primis va ricordato che Cesare rappresenta il potere mondano, con le sue leggi e le sue dinamiche, mentre Dio è il Creatore del cielo e della terra. Dare a Cesare ciò che spetta a Cesare significa allora obbedire al potere costituito quando ti chiede un tributo, una tassa (è il contesto del nostro brano). Il Caesaris tributum non è il Diaboli tributum. Ciò che Satana chiede, pensiamo alle tentazioni di Gesù, è un tributo che contraddice il Signore, la fede in Lui e l’amore filiale verso di Lui. No, Cesare non chiede questo. Cesare chiede solo il nummus, cioè la moneta, il tributo. Per questo, il tributo va dato. Ma cosa Cesare non potrebbe mai chiedere (e quindi cosa non bisogna mai dare a Cesare)? Ciò che è di Dio. E cosa l’uomo ha da Dio? Se stesso. Più in particolare: il proprio corpo, la propria anima, la propria volontà. Ergo: quando consegno o perché costretto o perché consenziente, per miei interessi, anche una mia parte a Cesare, in realtà compio un’ingiustizia verso Dio ferendo, allo stesso istante, anche la mia verità. Gesù, poi, fa attenti a un particolare: chi è rappresentato sulla moneta? Cesare. Allora consegue che più che dargliela bisogna restituirgliela. Appartiene a lui. E se Cesare ama rappresentarsi su una moneta, Dio, invece, dove si rappresenta? In una moneta? No di certo, ma nell’uomo, creato a sua immagine. Ecco perché l’uomo, che appartiene a Dio, solo a Dio va restituito. A Cesare il tributo nel mondo e aggiungiamo per vivere. Ma non altro. A Dio invece l’uomo nella sua totalità. Se è vero che la moneta va restituita a Cesare perché è sua, pagare il tributo allora è un dovere. Solo? Per Gesù è un dovere e una liberazione. Sì, dare a Cesare ciò che è suo significa liberarsi di tutto ciò che nell’uomo non è immagine di Dio. Non a caso, Padri come Origene e Ambrogio interpretano l’invito evangelico alla luce del “lasciare tutto” per seguire Gesù. E le cose che non sono in noi imago Dei sono molte; pensiamo agli idoli. In una parola: il tributo o l’aurum pesano addosso, bisogna allora liberarsene per seguire Gesù. Possiamo dire anche così: ciò che per noi non conta e non deve contare dobbiamo darlo a Cesare e così seguire liberi Gesù, che Giuseppe Ungaretti definiva “il libero sublime”. Ultimo aspetto, che Gesù paghi il tributo significa che egli è libero dalla logica di Cesare (l’abbiamo già detto); questo non significa che combatte l’autorità di Cesare, anzi gliela riconosce anche per il fatto che in nulla riguarda quella a cui egli obbedisce, quella del Padre e del suo Regno.
Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)