12 Luglio 2026
XV Domenica del Tempo Ordinario
Le parabole rivelano Dio nel quotidiano: tra stupore e fede scopriamo l’ineffabile nella vita, dove l’amore di Dio ci incontra.
LE PARABOLE
Gesù parlava in parabole. Cerchiamo di capire: Gesù non raccontava storielle edificanti, di facile moralismo. No, egli parlava in parabole. Perché? Semplice: con questo metodo comunicativo egli ha voluto anzitutto parlarci di Dio con il linguaggio della quotidianità, e aiutarci a cogliere l’Immensità nel frammento. Certo, il linguaggio di Gesù è paradossale (pensiamo al granello di senape che diventa albero enorme) ma è voluto e questo per evidenziare che il paradosso abita la dentro la nostra realtà. E se questo da una parte ci spiazza dall’altra ci permette di scoprire un mondo altrimenti, un mondo non determinato dalla nostra ferrea logica ma soprattutto dalla mens evangelica. Gesù, con le parabole, ci ha quindi introdotti a scoprire l’ineffabile nel quotidiano, la presenza di Dio nello scorrere dei nostri giorni, talvolta monotoni se non travagliati da tante situazioni che ci trovano impotenti. E quando diciamo ineffabile diciamo divino. Ma attenzione: questo non è immediato in quanto viviamo sovente molto superficialmente per cui è difficile scorgere il fuoco delle cose o vivere il mondo che ci circonda come un santuario senza pareti. E allora ecco che si profila per noi un itinerario, per cogliere quello che abbiamo definito l’ineffabile nel quotidiano. Stando anche al Vangelo odierno, due sole parole: stupore, e fede. Che un seme nella terra cresca segretamente e appaia poi come stelo, spiga e chicco pieno nella spiga è un fatto che incanta. Il primo a stupirsi davanti alla creazione del mondo è stato Dio quando vide che tutto ciò che aveva creato era ki-tob ossia bello. Questa capacità, Dio l’ha poi conferita all’uomo; e l’occhio umano quando si stupisce muove le labbra al canto. Francesco d’Assisi ha saputo articolare così bene lo sguardo e le labbra che ne è scaturito il Cantico delle creature, il canto di un mondo riconciliato dove persino la nemica per eccellenza, la morte, è celebrata come sorella.
Ma c’è anche la fede. La fede non è un prodotto della nostra volontà; la fede scriveva Heschel «è una svolta avvenuta nel nostro spirito a opera di una forza che la trascende. Ciò che ci ha costretti a credere – concludeva – è un urto e una collisione con l’incredibile». Insomma, la fede ha un primato: l’amore di Dio, che quando ci raggiunge provoca in noi un urto; un urto con l’ineffabile. Cerchiamo allora di studiare lo stile comunicativo di Gesù per scoprire sempre più e sempre meglio l’ineffabile in noi e attorno a noi. T. De Chardin scriveva: «Dio non è lontano da noi…ma ci aspetta ad ogni istante nell’azione, nell’opera del momento. In qualche maniera è sulla punta della mia penna (se sto scrivendo), del mio piccone (se sto lavorando), del mio ago (se sto rammendando), del mio cuore (se sto amando), del mio pensiero (se sto pensando)». E concludeva: «Portando sino all’ultima perfezione naturale il tratto, il colpo, il punto (se faccio bene ciò che sto facendo)» incontro Dio.
Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)