21 Giugno 2026
XII Domenica del Tempo Ordinario
La paura nasce dal timore della morte. Gesù invita a fidarsi del Padre e vivere il presente: così l’angoscia si trasforma in affidamento.
«NON ABBIATE PAURA»
«Io sono nato gemello alla paura», scriveva il filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679). Così dicendo ricordava di essere nato in modo prematuro a causa di uno spavento della madre alla notizia dell’arrivo dell’Invencible Armada spagnola sulle coste inglesi nel 1888. Ma cos’è la paura? Non è solo una emozione negativa ma è il sentimento che ci accompagna dal primo giorno che veniamo in questo mondo fino all’ultimo. E da cosa è generata? Dalla morte. In una parola, noi abbiamo paura della morte. Ecco perché siamo egoisti, autocentrati, competitivi e cinici negli atteggiamenti. Tutto, in questo orizzonte, ha un fine utilitaristico e quindi tutto è sempre in vista della nostra personale e magari anche altrui sopravvivenza (ma se siamo sinceri agli altri diamo solo le briciole). Hobbes diceva che a fondamento della società non c’è l’amore che unisce, ma il terrore per una sempre possibile morte violenta. Di qui quella tipica aggressività che rivela come ogni uomo sia un lupo per il suo prossimo (homo homini lupus). Ne consegue che la vita umana è ridotta ad una guerra di tutti contro tutti (bellum omnium contra omnes). Ma la paura non si manifesta solo come fuoco incandescente ma anche in modo più freddo ossia come logica calcolatrice. Non è forse per timore di perdere la vita che gli uomini sono spinti a usare la ragione per trovare, anche se con tanti compromessi, la pace? Non è forse per tentare di uscire dal caos che gli uomini accettano un patto e cedono i propri diritti ad un potere assoluto (lo Stato, con le sue leggi)? Non è forse per uscire dall’ignoto che gli uomini si rifugiano in una religione, la quale come una sorta di analgesico placa le ansie e le angosce? E allora che senso ha l’invito che oggi Gesù ci rivolge, quando afferma: «Non abbiate paura» (Mt 10,28)? Sappiamo che pure lui l’ha attraversata (pensiamo solo al Getsemani). Ma proprio lì l’ha trasformata come autoconsegna al Padre e libero affidamento alla sua volontà, trasfigurando così la resistenza naturale in resa fiduciosa. Ma per giungere anche noi a questo ci ha invitato a guardare a due icone: gli uccelli del cielo e i gigli del campo (cf. Mt 6,25-34). Cosa significa? Semplice: le due icone sono un invito ad abitare il presente per liberarsi così dal peso del futuro. Gli uccelli e i gigli sono in un eterno presente, non avvertono l’erosione del tempo, e sperimentano un Padre amoroso che li cura e li nutre, rivestendoli anche di bellezza. È necessario quindi vivere intensamente il presente che ci è dato come insegna il regno vegetale e animale. Ecco come gradatamente si può vincere la paura.
Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)