15 Febbraio 2026
VI Domenica
del Tempo Ordinario
Anno A
Gesù compie la legge portandola alla sua fonte: l’amore. Le relazioni diventano luogo della fede, vissuta in verità, riconciliazione e misericordia verso tutti.
Il primo discorso che troviamo nel Vangelo di Matteo viene abitualmente chiamato Discorso della montagna. Nella sua prima parte (cf. Mt 5,21-48), come è noto, Gesù rilegge il Decalogo (sebbene non integralmente). Stando alle sue parole, egli viene a compiere la legge (cf. Mt 5,17-19), poi dà una rilettura, sebbene selettiva, delle dieci parole. Siamo davanti ad una sua nuova promulgazione che rivela la vera natura della legge di Dio. Se osserviamo attentamente, Gesù opera una scelta all’interno del Decalogo ossia mantiene quelle parole che riguardano:
- il sangue («Non uccidere»: 5,21);
- il sesso («Non commettere adulterio»: 5,27);
- la parola («Non spergiurare»: 5,33).
Poi ne aggiunge altre tre ma non prese direttamente dal Decalogo ma dalla legge:
- il ripudio (5,31);
- la legge del taglione (5,38);
- l’amore al prossimo (v. 43).
Inoltre omette parole del Decalogo molto importanti, quali quelle relative alla custodia dei genitori e all’osservanza del sabato. Il fatto che Gesù abbia operato una selezione precisa sotto intende un messaggio, quello dell’insistenza sulle relazioni interpersonali. Insomma, la fede si gioca all’interno dei rapporti umani. Troviamo poi una particolarità originalissima. Davanti ad un: «È stato detto», Gesù fa sentire il suo: «Ma io vi dico». Le due espressioni non sono in antitesi. «È stato detto» non si rifà immediatamente alla parola di Dio ma alla tradizione orale degli scribi. Non si leggeva infatti il testo biblico ma si ascoltava la sua interpretazione secondo le varie scuole esegetiche. Il «Ma io vi dico» non è quindi in antitesi con il «fu detto» dagli antichi. Gesù non annulla la legge data ma afferma che essa può voler dire molto di più di quanto non si sia compreso fino ad allora. Gesù apre perciò ad una rivelazione più profonda portando il suo interlocutore all’origine della legge, alla sua stessa fonte divina. In questo modo la legge è superata perché la fonte della legge è più della legge. Gesù, naturalmente, è dalla parte della fonte (di Dio).
Non uccidere (Mt 5,21-26). Per Gesù l’inizio dell’omicidio è nell’ira: «Chiunque si adira» (Mt 5,22). Ma perché è grave l’ira? Perché uccide l’amore. Ma non solo, quando l’ira non è sedata diventa insulto: «Chi poi dice al fratello: “Stupido”… “Pazzo”» (Mt 5,22). Il fatto è così grave che merita di essere giudicato dal Sinedrio. Poi Gesù trasporta sul punto più alto del tempio dove avviene l’offerta del sacrificio. Ma la memoria riporta indietro e torna alla mente il risentimento del fratello. Per il discepolo del Vangelo la sofferenza del fratello è più importante dell’offerta a Dio. Che fare? Semplice, il percorso inverso: dall’altare al fratello risentito. Il sacrificio è gradito a Dio quanto si è riconciliati con il prossimo.
Non commettere adulterio (Mt 5,27-32). Piuttosto di compiere adulterio è meglio strapparsi l’occhio e con esso anche la mano. Cosa intende Gesù con questa atroce immagine? Chiaramente non va presa alla lettera (Gesù presuppone l’intelligenza del suo interlocutore). Ciò che intende il Maestro è di risalire tramite l’occhio, ad esempio, alla cupidigia che vive nel cuore e condiziona tutte le azioni dell’uomo (mano). È la cupidigia che va sradicata con forza. Nei nostri versetti, a mo’ di completamento, si parla inoltre del precetto del divorzio, che non è un comandamento del Decalogo e che troviamo in Dt 24,1. Per Gesù vi è solo un caso in cui è ammesso il divorzio, quello dell’impudicizia.
Non spergiurare (Mt 5,33-37). Perché non bisogna spergiurare? Per salvare la verità della parola. Ma non solo. Il rischio è quello di giurare in nome di Dio e di giurare il falso. La legge vuole quindi salvaguardare la santità di Dio. Gesù ha la stessa preoccupazione ed invita, in modo più radicale, a non giurare affatto. Insomma, il parlare del discepolo del Vangelo deve essere così vero da non aver bisogno di giuramento. Il sì sia sì e il no sia no.
Occhio per occhio (Mt 5,38-42). Se la legge del taglione era una sorta di margine per impedire la violenza, Gesù invita ad andare contro questa legge ossia a non mandarla in vigore. In che modo? Le direzioni sono quattro: non opponendosi al malvagio, accordando a chi è cattivo più di quello che vuole, dando a chi chiede più di quello che vuole e in fine non fuggendo a chi chiede un prestito. Questo è possibile solo nell’amore. Ad esempio, porgere l’altra guancia in un orizzonte che non fosse quello di scuotere salutarmente chi offende sarebbe con molta probabilità un gesto più grave della vendetta stessa. Solo l’amore giustifica tale gesto. Se non fosse così, anche il porgere la guancia non sarebbe altro che rimandare al nemico il suo odio che non avendo incontrato che la superficie liscia di una passività, si rialloggia nell’interiorità da cui proveniva.
Amerai…odierai (Mt 5,43-48). L’invito di Gesù verso i nemici è sorprendente. Non basta rispondere all’odio con l’amore. No, bisogna fare il primo passo, amare per primi. Per Gesù il prossimo include anche chi si comporta da nemico. Solo così si imita il Padre e si diviene suoi figli. Interessante l’affermazione finale: «Siate dunque perfetti come è perfetto il padre vostro celeste» (Mt 5,48). In che cosa consiste la perfezione del Padre? Non dobbiamo intendere l’espressione di Gesù come un invito all’impossibile (chi mai potrà essere perfetto quanto Dio?). La perfezione del Padre la si riscontra nel suo amore verso tutti. Egli infatti fa piovere sui giusti e sui malvagi. Il suo dono è per tutti, a prescindere dai meriti. Ecco, dice Gesù, il Padre va imitato in questo ossia in un amore che non si misura dal merito ma che nasce dal cuore in modo libero e gratuito. Tale è il Padre dei cieli, e tali devono essere i suoi figli.
Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)