18 Gennaio 2026

II Domenica del Tempo Ordinario

Anno A

Per riconoscere Gesù come Figlio di Dio: ascoltare la Scrittura, accogliere chi ci viene incontro e lasciarsi colmare dal Messia che compie la nostra attesa.

L’INCONTRO CON IL MESSIA

Molti hanno incontrato Cristo ma non tutti l’hanno riconosciuto come Figlio di Dio. Gesù è un mistero, mistero difficile da spiegare solo con l’umano – diceva il noto giornalista Enzo Biagi. Ma Giovanni il Battista, come abbiamo sentito nel Vangelo, è giunto a questa straordinaria confessione. Qual è stato il suo itinerario? Vediamolo brevemente. Notiamo: Giovanni vede venire Gesù verso di lui e lo chiama Agnello di Dio. Vede Gesù e lo chiama Agnello di Dio. Com’è possibile? Noi sappiamo che tutta la predicazione del Battista era fondata sul profeta Isaia. Isaia parla del Servo di YHWH, il quale avrebbe dato in riscatto se stesso per la redenzione del popolo. Il Servo di YHWH e l’Agnello di Dio nella teologia biblica si equivalgono. Questo cosa ci fa dire? Semplice: il primo passo che dobbiamo fare per poter confessare Gesù come Agnello di Dio e successivamente Figlio di Dio è quello di metterci in ascolto della parola del Signore. La quale, come ci ricorda san Pietro, è lampada che brilla in luogo oscuro ovvero la Scrittura ci porta dall’ignoranza all’intelligenza di Cristo, dalla tenebra alla luce della fede. Dico questo perché noi cristiani ascoltiamo poco le Scritture; poco, e aggiungerei male cioè senza perseveranza, senza passione, senza un vero interesse. Ma non basta, bisogna fare un secondo passo: accogliere la sua iniziativa. Non è un caso che l’evangelista introduca il nostro brano osservando che: «Il giorno dopo, (Giovanni) vedendo Gesù venire verso di lui…». Noi cerchiamo Gesù; più vero ancora che lui cerca noi, che lui ci precede in questo cammino. C’è un testo, sempre di Isaia, dove Dio afferma: «Appena mi invocherai, io ti dirò: Eccomi» (cf. Is 58,9). Come dire: basta che tu mi invochi e io sono già lì, nel tuo cuore, nella tua vita. Ma c’è un terzo passo da compiere. Giovanni Battista afferma: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me» (v. 30). Un uomo…in greco abbiamo il termine aner, che non dice solo un uomo, ma lo sposo e noi sappiamo che un nome del Messia è proprio lo sposo; non dirà lo stesso Giovanni che lui è l’amico dello sposo? Allora, quando afferma che Gesù è l’aner, lo sposo, indica che il Messia atteso è giunto. E questo cosa vuol dire? In ogni uomo c’è una attesa di salvezza, un bisogno di senso per poter vivere, per poter affrontare i molti problemi esistenziali. Questa attesa può compierla solo l’avvento del Messia. Bene, i tempi sono giunti. Gesù di Nazareth è il compimento, la salvezza, il senso, la ragione profonda del nostro vivere ed operare, del nostro vivere e morire. Allora, vogliamo accoglierlo, vogliamo incontrarlo? Mettiamoci anzitutto in ascolto dei nostri bisogni profondi di salvezza, facciamoli emergere. Andiamo poi alle Scritture e lasciamoci da esse illuminare e guardiamo in fine a Gesù, Messia atteso e invocato, sposo messianico che ancor oggi prepara per noi il suo banchetto nuziale. L’Eucaristia che oggi celebriamo, nella lettura dei Padri, è l’anello della sposa, della Chiesa, il segno di una reciprocità intima, di una fedeltà senza pentimenti e cedimenti, la concretezza di un amore che non delude.

Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)

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