26 Ottobre 2025
XXX Domenica
del Tempo Ordinario
Anno C
Pregare è credere in un altro mondo possibile: immaginare Dio, accogliere l’eternità nel cuore e vivere una fede non ipocrita.
IMMAGINARE DIO
Il tema di questa liturgia Eucaristica è quello della preghiera. Ma cosa significa pregare? E quando realmente preghiamo? Tentiamo qualche risposta. La preghiera nasce da una profonda convinzione: c’è un mondo più ampio di quello visibile e tangibile. Così vero, che ogni cultura religiosa ha da sempre sentito l’esigenza di allargare i propri confini storico-spaziali (pensiamo al culto dei morti presso gli antichi egizi, a termini come «eternità», a luoghi come l’Ade, il Pardes…). Possiamo dire anche in questo modo: per l’uomo pregare ha significato credere in un altro mondo possibile. Significativo, al riguardo, il Neolitico (8000 a. C.-3500a. C.). L’archeologia ha trovato delle tombe dove i cadaveri erano stati sepolti in posizione fetale. Come dire: l’uomo rientra nel grembo della madre terra per rinascere definitivamente nell’eternità. Ma l’uomo non aspira solo un mondo più ampio e soprattutto diverso (chi prega non si rassegna al presente); nella preghiera ci si rivolge a qualcuno, il cui nome lungo i secoli è stato vario e multiforme, da Aton a YHWH, solo per citarne due tra i più noti. Ma questo qualcuno – si chiede giustamente la ragione – c’è realmente o è solo immaginato? Dio, come è stato chiamato, esiste o è solo una proiezione della psiche, magari alterata ed esaltata? C’è un orecchio che ascolta il grido o il canto dell’uomo? Ho parlato di un Dio immaginato. Quando parliamo di «immaginazione» non dobbiamo intendere qualcosa di fantasioso o inventato. Cos’è l’immaginazione? Per capirlo ci affidiamo ad un testo biblico del V-VI secolo a. C., chiamato Sacerdotale e che troviamo in Gen 1. In esso si descrive l’azione creatrice di Dio mediante la parola. Ma notiamo: Dio dice ciò che ancora non c’è (ma lo immagina) creando così con la parola la visibilità dall’invisibilità e quindi la visibilità dell’invisibile. Per Dio, ciò che non c’è è quindi possibile ed acquista visibilità mediante la potenza della parola. Con le debite differenze, naturalmente, avviene anche sul piano umano. Pensiamo a quando vogliamo realizzare un progetto. Prima lo portiamo in testa, lo immaginiamo, poi lo realizziamo, e così lo facciamo venire dal nulla. Questo, non è forse il meccanismo stesso, per certi aspetti, della preghiera? La parola della preghiera non rende possibile e quindi presente l’Immaginato? Ma dove deriva questa capacità di «immaginare» Dio? Il Qohelet afferma che nell’uomo c’è una nozione di eternità (cf. Qo 3,11). Cosa intende? Letteralmente: «Dio ha posto nel cuore dell’uomo il senso dell’‘olam». Il termine ‘olam indica l’eternità. ‘Olam è il tempo supremo di Dio che supera i tempi sperimentabili. Dio ha posto perciò nel cuore dell’uomo i suoi tempi, vi ha seminato l’infinito. Anche per questo l’uomo non è mai rassegnato alla morte. Il breve brano di Siracide, opera del 190 a.C., che apre la liturgia odierna, ci offre un’altra preziosa indicazione. Sulla scia del profetismo si rifiuta la concezione della preghiera come atto magico non accompagnato quindi dalla vita. Dio non accetta l’ipocrisia di chi tenta di stordire con l’incenso l’ingiustizia perpetrata ai più poveri. Lezione quanto mai vera e attuale.
Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)