5 Ottobre 2025

XXVII Domenica
del Tempo Ordinario

Anno C

Abacuc denuncia la violenza, attende risposta da Dio e scopre che la salvezza è nella fedeltà divina, non nella fragile fede umana.

FINO A QUANDO?

Aveva un nome curioso: Abacuc, che forse significa colui che lotta. Visse nel VII sec. a. C. quando Babilonia minacciava il piccolo regno di Israele. La sua profezia è di soli 56 versetti (divisi poi in tre capitoli). Inoltre, i suoi tempi, molto simili ai nostri, erano contrassegnati dalla violenza e dall’oppressione. Che fare quando emerge il prepotente, la Legge è paralizzata e dall’intrigo non emerge il diritto? Ci sono due strade: o lo scoramento e quindi la rassegnazione oppure l’invettiva, in questo caso contro Dio, che Abacuc definisce senza mezzi termini incapace, cieco e sordo. «Fino a quando, Signore, implorerò aiuto / e non ascolti, / a te alzerò il grido: Violenza! / E non salvi. (…) // Resti spettatore dell’oppressione? (Ab 1,2-3). Dopo aver fatto salire la sua risentita accusa al Cielo, si pone in attesa e in ascolto: «Mi metterò da sentinella, in piedi sulla fortezza, a spiare, per vedere cosa mi dirà, che cosa risponderà ai miei lamenti» (Ab 2,1). Davanti al male imperante non sarà facile per Dio difendersi. Ma nel momento del turbine, Egli fa udire la sua voce e celebra un giudizio: «Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, / mentre il giusto vivrà per la sua fede» (Ab 2,4). C’è una nemesi storica, senz’altro, ma dentro una pazienza infinita. Il nostro autore preconizza persino la fine suicida del potere (cf. Ab 2,7) e di coloro che ne sono i fautori, i quali lasciano un nome infame e una deprecata memoria. Ma quando questo avverrà? Ecco il punto e ciò che mette in crisi. In un tempo preciso, che bisogna però saper attendere, come ricordavamo, tutto ciò accadrà (cf. Ab 2,3). La lampada, in questa veglia notturna, dove talora pare che la tenebra spenga ogni minimo residuo di luce, è la fede. Sì, il Signore che dimora nel suo tempio santo, è un Dio che non viene meno alla promessa. Tutta la terra allora taccia davanti a Lui (cf. Ab 2,20). Ciò che però salva non è la nostra fede (sempre fragile e imperfetta) ma la fedeltà divina (sempre stabile e indefettibile). Solo allora potremmo intonare l’epinicio pasquale anche a partire da contesti storici e personali attraversati dalla prova e dal dolore (cf. Ab 3,2.16).

 

N.B.: In queste domeniche, fino ad Avvento, porteremo l’attenzione sulla prima lettura della Liturgia Eucaristica. Lasciamo ai nostri lettori il completamento con il Vangelo.

Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)

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