22 Dicembre 2024
IV Domenica di Avvento
Anno C
Per Gesù aver fatto la volontà di Dio non è stato diverso dall’aver assunto il proprio corpo, la sua concretissima umanità. Per questo ha saputo aver cura dell’umano che era in lui e dell’umano che incontrava.
«UN CORPO MI HAI DATO»
La temporalità è lo spazio, nell’Incarnazione,
della costruzione dei materiali dell’eterno.
S. Palumbieri
Siamo ormai giunti alla vigilia del Natale del Signore, evento storico che «ha diviso il tempo in un prima e in un poi», come amava dire lo scrittore varesino Pietro Chiara. Quell’evento è stato atteso dai padri, annunciato dagli angeli, riconosciuto dai pastori, adorato dai magi ma ha pure costituito motivo di timore per Erode e di inquietudine per i potenti di Gerusalemme. Ancor oggi, l’Incarnazione crea reazioni diverse, dall’accoglienza della fede a larghi coni d’ombra fatti di indifferenza e superficialità. Con toni forse un po’ pessimistici, ma venati anche di realismo, in un testo della cristianità egiziana dei primi secoli, il Vangelo di Tommaso, l’autore fa dire al Cristo, venuto a portare il vino nuovo della verità e dell’amore: «Entrai nel mondo e mi rivelai loro. Li trovai tutti ubriachi, nessuno di loro era assetato… erano tutti ubriachi di vuoto». È Il dramma di un’umanità ebbra del nulla. Ma se tanti ieri e oggi hanno letto, interpretato, contestato e persino deriso l’evento dell’Incarnazione, Gesù – mi domando – come ha compreso il mistero del suo farsi uomo? Come ha accolto, abitato e vissuto la sua umanità? Umanità che ha il suo segno più espressivo nel corpo? La seconda lettura odierna ci illumina. Vogliamo allora portare la nostra attenzione su questo testo tratto dalla Lettera agli Ebrei; testo di grande spessore teologico e dall’ordito del quale vogliamo estrarre idealmente tre fili; tre fili che si completano e rispondono ai nostri interrogativi. In 5 versetti per due volte ritorna il temine corpo. Il corpo, come sappiamo, esprime la nostra identità e quindi la nostra vocazione; nel corpo è incisa inoltre la nostra unicità. Il corpo ci accomuna agli altri e ci personalizza; vivere la condizione umana significa perciò vivere la propria corporeità. Ma notiamo l’esordio del testo: «Entrando nel mondo Cristo dice: “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato”». Gesù accoglie la sua umanità come dono di Dio; un dono che lo rimanda ad un legame con il Padre e del quale il corpo è memoria viva. Gesù si riceve dal Padre, sa di dipendere da Lui e ne è riconoscente. Il corpo da lui assunto diviene perciò segno di gratuità ed espressione di gratitudine. Ma non è tutto; nel suo corpo, nella sua umanità, Gesù ha colto soprattutto il tu del Padre: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo mi hai preparato». Cosa significa? Che il corpo, la propria umanità, non opacizza Dio ma, oserei dire, lo manifesta; nella fede, il corpo è sacramento della presenza di Dio. Dal corpo come dono passiamo poi al corpo come luogo del dono. È il secondo filo. Un dono che ci ha santificati, perché tale è la forza dell’auto-comunicazione dell’amore. La parabola esistenziale di Gesù è tutta caratterizzata dal dono, dalla sua Incarnazione fino al suo congedo da questo mondo. La sera dell’ultima cena dirà infatti ai suoi discepoli: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo» (Mt 26,26). Nel corpo è perciò incisa la nostra chiamata ad esistere per gli altri. Come terzo filo, Gesù ha accolto il suo corpo anche come mandato: «Ecco io vengo per fare, o Dio la tua volontà». Sì, il corpo è anche un compito da realizzare. Per cui possiamo dire che per Gesù aver fatto la volontà di Dio non è stato diverso dall’aver assunto il proprio corpo, la sua concretissima umanità. Ed è per questo che ha saputo aver cura dell’umano che era in lui e dell’umano che incontrava. Come possiamo spiegare altrimenti la sua attenzione per i malati, i sofferenti e i peccatori?
Noi celebriamo il Natale perché crediamo che questo mondo può diventare più umano. Dio si è fatto carne, non dimentichiamolo, affinché la smettessimo di voler essere sempre come Dio, dominati da quell’impulso talora irrefrenabile di voler essere delle divinità. Caliamoci invece nella nostra umanità; solo chi si riconcilia con l’humus sale al cielo, a quello vero.
Commento a cura di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia