26 Maggio 2024
Solennità della SS. Trinità
Anno B
Ogni uomo e donna sono chiamati al dono libero e totale di sé, alla comunione nella differenza e ad una capacità di apertura verso il prossimo senza pregiudizi.
NELLA COMUNIONE DI UN UNICO AMORE
Vedi la Trinità – diceva sant’Agostino – e vedi l’amore. Un amore che si è rivelato lungo la storia (prima lettura), che vuole giungere fino agli estremi confini del mondo (Vangelo), per dimorare infine nel cuore di ogni uomo (seconda lettura). L’amore del Padre è un amore pellegrino in quanto cerca il partner umano. La storia diventa così il luogo di un possibile incontro dove lo sguardo credente coglie il Suo agire. In Gesù di Nazareth, che la fede riconosce come Figlio di Dio, l’amore ha invece i tratti della solidarietà. Una solidarietà che ha aperto per l’intera umanità l’accesso alla vita Trinitaria. Con lo Spirito l’amore si fa materno. Diadoco di Fotica scriveva che lo Spirito «si comporta come una madre che insegna al proprio figlio a chiamare “papà” e ripete tale nome con il bambino finché lo porta alla consuetudine di chiamare papà anche il sonno». Guardando alla Trinità impariamo a riconoscere che tutto scaturisce dal Padre come pura gratuità (cf. Gc 1,17), che dal Figlio tutto è accolto e restituito in un gesto di gratitudine infinita, che lo Spirito è l’eterno spirare tra l’Amante e l’Amato. Bene, questo Amore è stato riversato nei nostri cuori (cf. Rm 5,5), per cui possiamo affermare che l’amore di Dio struttura la persona umana sul modello delle relazioni trinitarie. Ogni uomo o donna sono chiamati perciò al dono libero e totale di sé, alla comunione nella differenza e ad una capacità di apertura verso il prossimo senza pregiudizi. Ora porteremo l’attenzione su un affresco di Masaccio, la famosa Trinitas in cruce che troviamo a Santa Maria Novella (Fi). Bisogna ricordare che per Masaccio la pittura è ben più di una rappresentazione del vero: la pittura è pensiero che l’immagine restituisce plasticamente e visibilmente con la linea e il colore. Egli è stato un filosofo della morale non della scienza come lo fu Paolo Uccello, che aveva un’ossessione per la prospettiva, e tanto meno un metafisico come Piero della Francesca. La composizione presenta un duplice movimento: ascendente (dallo scheletro all’eterno Padre) e discendente (da Dio, al Cristo crocifisso, agli astanti). Con il primo movimento viene tracciato una sorta di cammino verso la salvezza. Dalla riflessione sulla vanitas dell’esistenza (si veda il monito funebre: «Io fui già quel che voi siete e quel ch’io son voi ancor sarete»), attraverso il varco della morte (scheletro), in spirito di fede (i due oranti laterali, in ginocchio e con le mani giunte), e con l’intercessione dei santi (Maria e Giovanni, il Discepolo amato), lo spirito umano perviene alla pace Trinitaria. Questo movimento ascensionale è possibile perché Dio è disceso verso l’uomo in Gesù. Ecco allora il secondo movimento che parte dal Padre, nello Spirito (colomba) per giungere all’uomo mediante Cristo. Masaccio ci ricorda una realtà teologica importante: la Trinità è un dogma. Il dogma nasce dalla rivelazione e la rivelazione assume sempre uno spazio certo, definito, e vero. Questo spazio è quello prospettico dell’architettura del Brunelleschi. Il genio del Masaccio giunge qui al culmen perché traduce iconograficamente una delle più grandi verità cristiane: la croce è il luogo storico della manifestazione Trinitaria.
Commento a cura di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia