21 Maggio 2023

Ascensione del Signore

Che Gesù, al termine dei quaranta giorni, ascenda al Padre significa che l’esistenza umana non ha come esito finale il nulla ma la comunione con Dio.

Rapido tornerai,
come la luce diffusa sopra l’onda
che ne vibra di baleni improvvisi.
Donata Doni

Il famoso scrittore francese Mauriac immaginava la vita di un uomo come il percorso di un fiume: limpido e sereno alla sorgente, facile e tumultuoso nel primo tratto di discesa dai monti, faticoso e tortuoso nei meandri della pianura, improvviso e decisivo nell’estuario dello sbocco del mare. È a questa foce ultima che oggi la liturgia dell’Ascensione ci invita a guardare; è verso il destino eterno che attira i nostri cuori. E se noi possiamo alzare lo sguardo è perché Gesù Cristo, via nuova e vivente (cf. Eb 10,20), ne ha dischiuso per noi l’accesso, come bene sottolinea il Prefazio odierno: «Il Signore Gesù non ci ha abbandonati nella povertà della nostra condizione umana ma ci ha preceduti nella dimora eterna, per darci la serena fiducia che dove è lui, nostro capo e primogenito, saremo sempre anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria». Che Gesù, al termine dei quaranta giorni, ascenda al Padre significa che l’esistenza umana non ha come esito finale il nulla ma la comunione con Dio. E qui abbiamo anche un paradosso, se vogliamo, della fede: si accede alla pienezza della vita passando attraverso la morte; si ascende nella gloria certamente ma non senza prima essere discesi nell’umiliazione della tomba. L’abbiamo capito, è la dinamica pasquale, operante in noi in forza del battesimo. Morti e risorti con Cristo siamo introdotti nell’abisso dell’amore di Dio, così descritto da Giovanni Paolo II: «Il mio spazio è dentro di Te. Il Tuo spazio è dentro di me». Dio e l’uomo si ospitano reciprocamente. Questa è la meta dell’Ascensione: il seno della Trinità, dove Gesù, crocifisso e risorto, è entrato per primo innalzando accanto al Padre la nostra umanità (cf. Colletta della s. Messa). La celebrazione odierna è perciò una sintesi meravigliosa di speranza (sguardo verso l’alto) e di realismo (sguardo verso il basso). Tenendo uniti i due estremi (cielo e terra) si eviterà lo scoglio di un alienante spiritualismo come pure di un vuoto e quindi tragico immanentismo.

Commento a cura di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia

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