26 Aprile 2020
III Domenica di Pasqua
Anno A
Siamo stranieri come Gesù è straniero per i due discepoli. Anche noi, come lui, dobbiamo farci riconoscere spezzando la vita nell’amore.
Nella sua prima lettera Pietro invita i discepoli di Gesù a comportarsi con «timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri». «Stranieri» (paroikias) è detto in greco con la medesima radice del verbo che i due discepoli di Emmaus hanno sulle labbra quando, rivolgendosi al loro compagno di viaggio, non ancora riconosciuto, gli dicono: «Solo tu sei forestiero (paroikeis) a Gerusalemme!». L’accostamento tra i due testi ci suggerisce un’idea preziosa. Il forestiero, o lo straniero Gesù, si fa riconoscere con il gesto dello spezzare il pane e con ciò che esso significa. Dopo aver spiegato la sua passione alla luce delle Scritture, torna a interpretarla attraverso il gesto che rivela il senso della sua morte come vita spezzata e donata nell’amore, per il bene di tutti. Allo stesso modo la comunità cristiana, straniera nel suo pellegrinaggio nella storia, deve rivelare il proprio volto e farsi riconoscere attraverso un amore che, giungendo fino al dono della vita, consola le solitudini, riaccende le speranze, fa ardere i cuori comunicando loro il fuoco della pasqua di Gesù e del suo Spirito. Tutto questo non attraverso parole astratte e disincarnate, ma con gesti ospitali, prossimi, gratuiti generosi… che fanno passare dall’estraneità al sentirsi accolti e ospitati con amore alla stessa tavola.
Commento a cura della Comunità di Dumenza