3 Maggio 2020
IV Domenica di Pasqua
Anno A
Il pastore conduce fuori le pecore, verso pascoli di vita, nei quali a custodirci non è un ovile, ma la relazione vitale con il pastore.
«Eravamo erranti come pecore», scrive san Pietro, e siamo stati ricondotti al pastore buono, il «custode delle nostre anime». Il suo modo di custodirci è tuttavia singolare: non ci lascia rinchiusi dentro recinti protetti e sicuri. Al contrario ci «conduce fuori», camminando davanti a noi, guidandoci con la sua voce, che le pecore hanno imparato a riconoscere, distinguendola da quella dei ladri e dei briganti, o degli estranei e dei mercenari. A volte, come ricorda il salmo 22, questo essere «condotti fuori» ci fa camminare per valli oscure, nelle quali impariamo a non avere più paura, a «non temere alcun male», non perché rimaniamo chiusi in luoghi tutelati, ma «perché tu sei con me». A custodirci non è un luogo, non sono recinti, mura, difese, ma una relazione vera e vitale: la relazione con il pastore che ci guida ai pascoli eterni del Padre. Egli conduce le pecore fuori «dal recinto»: in greco aule, termine tecnico per indicare l’atrio del tempio di Gerusalemme. Le pecore venivano condotte dentro il tempio per essere sacrificate a Dio. Ora, invece, è il pastore che entra per condurle fuori, in una relazione con Dio capovolta: non sono più le pecore a dover essere sacrificate a Dio, ma è il Figlio di Dio, pastore buono, a offrire la sua vita per le pecore, affinché abbiano vita in abbondanza.
Commento a cura della Comunità di Dumenza