17 Maggio 2026

Ascensione
del Signore

Tra finito e infinito l’uomo è inquieto; in Cristo cielo e terra si uniscono. Il Risorto è atteso, ma già abita il cuore come presenza viva.

NOSTALGIA DEL DIVINO

L’uomo è felice quando scopre che Dio
non è altrove ma parla con lui.

F. Hegel

Il noto pensatore Friedrich Hegel si chiedeva: «Perché siamo infelici?». L’uomo è infelice perché è posto esistenzialmente tra finito e infinito, tra il senso della realtà e il desiderio, che anela sempre all’oltre. In una parola: la coscienza è infelice perché l’uomo sperimenta la finitezza della realtà e l’infinito del desiderio. Di qui l’anelito a trascendere. Ecco allora, nell’antichità, il mito di Prometeo, ma, per restare nel periodo di Hegel, il Faust di Goethe che non esita a vendere la propria anima a Mefistofele nel tentativo di assaporare, nel momento, l’eternità. Famosissima, al riguardo, l’espressione: «Fermati, attimo! Sei così bello!». Sempre sulla stessa lunghezza d’onda, ecco il romanzo gotico di Frankenstein di Mery Shelley dove l’attraversamento, in questo caso, non è nel mito, non è nella forza demoniaca ma nella natura attraverso l’energia elettrica (scoperta proprio in quel periodo). È noto che il mondo greco non aveva nozione della trascendenza; il mondo esiste da sempre e per sempre, al punto che si è parlato di Panteismo (Dio è la realtà stessa). Solo per la rivelazione ebraico-cristiana Dio è trascendente. E se questo è stato un passo enorme verso il concetto di Dio dall’altra però ha segnato un divario: Dio è lassù e l’uomo è quaggiù. Se vogliamo, questa è una “condanna” perché Dio appare lontano, irraggiungibile. Di qui la nostalgia, il dolore dell’assenza. La svolta è avvenuta quando Gesù Cristo da Dio si è fatto uomo affinché l’uomo divenisse – per grazia – Dio. In lui, il cielo è sceso in terra, notava sempre Hegel, e vi ha messo radice. Di questo mistero, la buona novella è la risurrezione. In Gesù, vero Dio e vero uomo, pare che la tensione umana si plachi, ma per poco, perché dopo la risurrezione egli ascende al cielo. La presenza del divino nella storia è solo la presenza dello Spirito, che con la comunità dei credenti, non a caso, invoca il ritorno dell’amato Signore: «Maranà-tha (Vieni, Signore Gesù!)» (Ap 22,20). Il credente vive quindi ancora la nostalgia del divino, e attende invocando il compimento di ogni sua aspirazione: Cristo Gesù. Ma in questa attesa non tiene lo sguardo solo e sempre verso l’alto, ma impara a guardare verso il fondo della sua anima, perché lì dimora Dio, lì è presente Gesù glorificato. Non ha detto un giorno il Maestro: «Il Regno di Dio è in voi?» (Lc 17,21)? Per cui, e qui forse abbiamo il senso profondo dell’Ascensione: l’Infinito è nel finito, il Cielo è sulla terra. E così matura nel credente la consapevolezza della propria origine divina.

Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)

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