15 Dicembre 2024
III Domenica di Avvento
Anno C
Immergersi nella realtà totale di Cristo è l’unica urgenza per immettersi nel flusso dell’utopia dell’uomo, e percorrere la strada della salvezza.
«COSA DOBBIAMO FARE?»
La generazione del Nuovo Testamento
aveva capito che la fede in Gesù Cristo
comporta una conversione nell’aldiquà,
perché il Dio totalmente altro
vuole una società totalmente diversa.
H. Gollwitzer
Lev Tolstoj pubblicò nel 1886 un’opera dal titolo Cosa dunque dobbiamo fare?. Dopo di lui, Lenin, scrisse Che fare?. Tolstoj, però, a differenza di Lenin, si rifaceva al Vangelo di Luca quando narra che la gente comune, i pubblicani e persino i soldati, si rivolgevano al Battista chiedendo: «Che cosa dobbiamo fare?» (Lc 3,10.12.14). Se vogliamo, è questa la domanda che sale dal cuore quando è toccato dall’urgenza della salvezza. La risposta di Giovanni Battista è differenziata, misurata sugli interpellanti. Alla gente comune basta imparare a condividere (Lc 3,11), ai pubblicani (esattori delle tasse) la risposta giunge in termini di giustizia (Lc 3,13), ai soldati, tentati di violenza, è chiesto il rispetto (Lc 3,14). La medesima domanda sarà posta anche a Pietro dalla folla, che alla sua predicazione si sente trafitta nel cuore: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». Pietro, come un tempo il Battista, parla di battesimo: «Cambiate vita e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo» (At 2,37-38). La conversione implica perciò una immersione; una immersione nel nome ossia nella realtà totale di Cristo. Questa è la strada della salvezza. L’annuncio dell’apostolo, la domanda della gente, e la contro risposta di Pietro sono tre fasi di un unico disegno. Dio ha posto nella storia un segno e un pegno, come realtà iniziale, potremmo dire, di utopia: il Cristo risorto. Immergersi nel suo sentire è l’unica e valida urgenza per immettersi nel flusso di questa utopia, che vuol essere un cambiamento radicale per far posto al non ancora dell’uomo. Al riguardo, il retore romano Gaio Valerio Vittorino quando annunciò la sua conversione al cristianesimo, disse: «Quando ho incontrato Cristo, mi sono scoperto uomo». E Ignazio di Antiochia, sulla medesima onda, chiese ai cristiani di lasciarlo morire martire, perché solo in Cristo avrebbe raggiunto la sua pienezza umana: «Lasciate che io raggiunga la pura luce; giunto là, sarò veramente un uomo».
Commento a cura di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia