18 Agosto 2024
XX Domenica
del tempo ordinario
Anno B
Nell’Eucarestia la carne incorruttibile di Cristo diventa la mia carne ma anche la mia umanità diventa Cristo, fatta propria da lui.
UN PANE PER LA VITA
Il cristiano non può vivere senza l’Eucarestia,
e l’Eucarestia senza il cristiano.
Saturnino e compagni (305 d. C.)
Perché Gesù invita a «mangiare la sua carne» e a «bere il suo sangue»? Non dobbiamo dimenticare che nell’economia del discorso giovanneo egli è l’agnello pasquale. Se nell’antico esodo, la carne dell’agnello fu alimento nell’uscita dalla schiavitù dell’Egitto e il suo sangue liberò dalla morte, ora, nel nuovo esodo, la sua carne non solo alimenta ma è dono permanente del suo amore e il suo sangue non solo libera ma offre la salvezza definitiva. Bisogna però mangiare e bere la carne e il sangue ossia assimilare Cristo in modo che divenga sostanza della propria vita. C’è un luogo ove sperimentare questa potenza di vita nuova? Certamente, l’Eucarestia. Tertulliano vedeva nell’Eucarestia il convenire ad osculum (bacio santo) per dire la comunione che viene ad instaurarsi con il Cristo e il suo Corpo ossia i fratelli e le sorelle nella fede. Nel brano odierno (cf. Gv 6,51-58), Gesù afferma che colui che mangia di lui vivrà per lui (cf. Gv 6,57). La preposizione per (dià) ha un duplice valore: causativo e finale. In una parola, chi mangia il corpo di Cristo vive grazie a lui e in vista di lui. Per cui la carne incorruttibile di Cristo diventa la mia carne ma anche la mia umanità diventa Cristo, fatta propria da lui. Scrive sant’Ilario: Eius tantum in se adsumptam habens carnem, qui suam sumpserit (Cristo assume la carne di colui che assume la sua). E al riguardo, nella raccolta di poesie intitolata Canto del Dio nascosto, Karol Wojtyla, chiama questo soggetto nuovo, la cui vita partecipa della vita di Cristo, l’io eucaristico (è l’uomo che parla qui di Cristo, non il contrario):
Avverrà allora il miracolo
della trasformazione:
ecco, diverrai me –
io – eucaristico.
Non c’è nulla di ciò che è nostro che non appartenga ormai a Cristo. L’aveva ben capito Elisabetta della Trinità quando scrivendo alla madre disse: «La sposa appartiene allo sposo. Il mio mi ha presa. Vuole che sia per lui un’umanità aggiunta».
Commento a cura di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia