25 Ottobre 2026

XXX Domenica
del Tempo Ordinario

Dall’ascolto nasce l’amore: Dio si ama con tutto il cuore, la vita e i beni, trasformando ogni dono in carità verso il prossimo.

AMARE CON IL CUORE, IL RESPIRO E I BENI

L’ascolto a cui ci invita lo Shemà non porta solo alla confessione della fede ma anche all’amore. Possiamo allora affermare fides ex auditu, certamente, ma anche amor ex auditu; dall’ascolto nasce l’amore. Scrive Erri De Luca: «Solo se sei capace di ascolto puoi arrivare a leggere, a ripetere e a comprendere il verso successivo: “E amerai Iod tuo Elohim in tutto il tuo cuore e in tutto il tuo fiato e in tutta la tua forza” (Dt 6,5). Solo dopo l’ascolto dell’annuncio ti riuscirà di attingere all’immensa energia del verbo amare. Amare il solitario capomastro del mondo con tutte le fibre del tuo corpo vivo. Qui, in questa breve coppia di versi intimi e scossi, c’è la formula della relazione tra divinità e creatura: l’ascolto che scatena la caloria pulita dell’amore». Questo amore ha poi una caratteristica: la totalità: «E tu amerai JHWH tuo Elohim con tutto il tuo cuore, con tutto il tuo respiro e con tutti i tuoi beni» (Dt 4,5, trad. più lett.). Una totalità che investe l’uomo nell’essere (cuore e anima) e nelle cose (beni materiali), in ciò che è e in ciò che ha. Il cuore (leb) è un termine fondamentale dell’antropologia dell’Antico Testamento e rappresenta l’uomo nella sua interezza come pure quella parte del suo essere «in cui Dio si manifesta» (J. Behm). Se questo è vero, come è vero, con il cuore l’uomo ascolta Dio, e la sua parola (cf. Is 40,2). Certo, il cuore è insondabile e inguaribile, a detta di Geremia (cf. Ger 17,9), ma questo non per Dio, che lo ha creato, lo conosce profondamente (cf. Sal 33,15; Pr 21,1-2), e lo scruta (cf. Ger 11,20). Per i Maestri d’Israele, amare Dio con tutto il cuore significa amarlo sia con l’istinto buono sia con quello cattivo. Nell’uomo è presente questa dicotomia. L’uomo aspira al bene ma è attratto anche dal male. Anche il male esercita un fascino sul suo cuore. Di qui la necessità di vegliare sulle proprie inclinazioni, potenziando quelle positive fino al pieno assorbimento di quelle negative. Comunque, questa indicazione dello Shemà è importante per il fatto che l’uomo è chiamato a porsi davanti a Dio nella sua verità, e nella Sua luce percorrere il cammino di purificazione fino ad una risposta totale nell’amore. La seconda indicazione implica il respiro (nefesh) o anima (CEI). Il respiro rimanda alla vita. Dal cuore si passa perciò alla vita. Ma il termine nefesh indica l’uomo nel suo bisogno e nel suo desiderio. Dio va amato perciò a partire dai propri bisogni, non al di fuori di essi, come pure dai propri desideri, dalle aspirazioni profonde che dinamicizzano l’esistenza umana. Il bisogno non è perciò una realtà di cui vergognarsi; non umilia ma apre al dono dell’altro e benefica, allo stesso istante, colui che dona. Il desiderio, invece, va oltre il bisogno ed esprime la sete radicale del cuore umano. Nel Talmud si afferma inoltre: «Amerai Dio perfino se prende la tua anima (nefesh) (b. Berakhot 54a). Poiché l’anima è dono, il credente deve essere pronto a restituirla quando il Donatore la richiede. Vi è in questa interpretazione un chiaro riferimento alla testimonianza suprema dell’amore, il martirio per Dio. Per Dio si deve essere disponibili anche a perdere la vita. Lo Shemà insegna inoltre che Dio non va amato solo con il cuore e il respiro ma anche attraverso i beni di cui ognuno dispone. E questo attraverso l’esercizio della carità verso il prossimo, come ad esempio leggiamo in Dt 15,7-8. 10-11. Ecco, dall’amore verso Dio e verso il prossimo dipendono tutta la Legge e i Profeti.

Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)

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