4 Ottobre 2026
XXVII Domenica
del Tempo Ordinario
San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia
Francesco fece della vita un Vangelo: nel silenzio, nella fraternità e nella povertà mostrò Cristo con tutto il suo essere.
IL LIBERO SUBLIME
In questa domenica ricorre la festa di Francesco d’Assisi di cui quest’anno sono stati celebrati gli 800 anni dalla morte. Il teologo domenicano Yves Congar lo definì il primo dopo l’Unico. Ma chi era realmente Francesco d’Assisi (1182-1226)? Una certa tradizione ci ha trasmesso l’icona di un uomo ecologista ante litteram, amico dei lupi e così evangelicamente radicale da essere chiamato il poverello di Assisi o il santo serafico, tanto era ardente il suo amore per Dio. Sappiamo che nel 1266, san Bonaventura, allora generale dell’Ordine, durante il Capitolo di Parigi, fece distruggere tutte le biografie scritte su di lui. Serviva, data ormai la fama, un Francesco esemplare in virtù, obbediente alla Chiesa romana, un angelo di pace ma anche una figura che unisse le profonde divisioni all’interno del nascente Ordine Francescano. E così è stata consegnata alla storia quell’immagine che tutti ci portiamo nel nostro immaginario. Bisogna però sapere che nel 2015 grazie allo studioso Jacques Dalarum è stata trovata un’altra biografia, sempre del Celano, che oggi va sotto il titolo di Vita ritrovata (1230-1240). È un testo che ci restituisce un Francesco intimo, focalizzato sulla sua umanità, in sintonia fraterna con il creato e con gli ultimi della società. Tutto inizia con il silenzio, assunto e vissuto come spazio originario dove la parola può farsi vera. Il silenzio è la condizione dell’ascolto, che poi matura in capacità di discernimento ossia nel saper cogliere ciò che spesso non si vede. Ecco allora che Francesco ode il lamento del lebbroso che lui riconosce fratello cristiano; ode la lode muta del verme calpestato, di biblica memoria (cf. Sal 22,6); ode il sussurro del vento, che parla del Creatore. Ma non solo: ecco germinare una parola che non ferisce, una predicazione che non umilia e una lode che non è retorica. Il silenzio è il grembo del canto francescano. Una prova? Il Cantico delle creature, scritto, come è noto, nel 1224 a san Damiano, due anni prima della morte. Da un corpo ferito esce la luce; dal dolore la lode. Non lo scrive in latino né in provenzale ma in volgare umbro, nella lingua della sua gente. Nel Cantico la lode sale a Dio attraverso le creature. Francesco benedice il mondo e risale alla Fonte donde tutto scaturisce. Per Francesco la creazione è una famiglia; c’è sora acqua, c’è frate focu, c’è la matre terra. Non c’è gerarchia né scala di valori. In questa fraternità universale entrano poi anche l’infermità e la morte. Sì, anche la morte è sora perché viene da Dio e a Dio conduce. La creazione è bellezza e fragilità, limite e gloria. E la lode è la risposta di chi ha capito che tutto è dono. Francesco non era un ambientalista; amava la creazione perché in ogni sua espressione essa è signum di Dio. Per cui, il Cantico non è un inno panteistico alla natura, non è un romantico slancio d’amore per le cose create. Per capirlo è necessario guardare a Francesco come a Speculum Christi, come ad un fedele seguace del Vangelo, come a un innamorato di Cristo.
Ma c’è una frase nelle fonti molto significativa su come Francesco celebrasse il Dio altissimo:
De toto corpo fecerat lingua (1Cel 97).
Ossia:
Fece di tutto il suo corpo una lingua.
Cosa significa? Che Francesco con tutto se stesso fu un annuncio eloquente e coerente del Vangelo. Il corpo è il luogo di una visibilità divina. Francesco sapeva che la gente non legge i trattati teologici ma la vita dei testimoni. Ecco allora un gesto eloquentissimo: la spogliazione davanti al Vescovo di Assisi. Quel corpo nudo davanti allo sguardo dei suoi concittadini non era una dichiarazione di guerra ma condannava ogni forma di possesso, di identificazione dell’essere umano con i suoi averi, abiti, ruoli e poteri sociali e religiosi. Il Vescovo comprese e lo copri. Il gesto del Vescovo fu altresì importante perché era una sorta di investitura del povero. Ma la corporeità francescana non è solo nudità ma anche tenerezza. Ecco allora il bacio al lebbroso, il corpo piagato di Cristo. Il lebbroso è Cristo non in senso metaforico ma realmente, drammaticamente. Da quel giorno il corpo non sarà più per Francesco un ostacolo alla santità ma la santità stessa resa visibile. Davvero, Francesco fu il libero sublime, la nota azzurra del canto nuovo che ancora risuona tra noi.
Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)