6 Settembre 2026
XXIII Domenica
del Tempo Ordinario
La fraternità si custodisce con correzione, dialogo e preghiera: anche nelle ferite della comunità, Cristo rende possibile l’unità.
LA RESPONSABILITÀ DEL FRATELLO
«In principio Dio creò il cielo e la terra» (Gen 1,1). Bere’shit («In principio») è la prima parola con la quale si apre la rivelazione biblica. Millenni di esegesi non hanno ancora esaurito tutta la sua ricchezza e i suoi innumerevoli significati. È ormai assodato però che l’espressione non è tanto da intendere come l’inizio temporale della creazione quanto l’origine che svela il senso. Andando allora «al principio» comprendiamo come la realtà, nella sua struttura originaria, abbia un profondo rapporto con Dio, sua nativa Sorgente e suo Senso ultimo. Nelle prime pagine della Genesi la creazione avviene mediante atti di separazione: la terra dal cielo, la notte dal giorno… Con la creazione si afferma quindi la differenza. Non solo, la creazione vede la nascita della differenza come valore. La storia però sperimenta la fatica di questo riconoscimento da parte degli uomini. Difatti, lungo il suo divenire (e fino ad oggi), si assiste purtroppo all’alternarsi dell’incontro-scontro tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e la donna, tra fratello e fratello, tra figlio e padre, tra popolo e popolo. Ma perché l’assunzione dell’alterità tra gli umani è così problematica e difficile? E quale itinerario è possibile per recuperare la fraternità? Il brano evangelico odierno ci offre alcune preziose indicazioni. Matteo presenta con molto realismo la vita della comunità cristiana al suo interno non sminuendo conflitti e tensioni che possono attraversarla. In 18, 15-20 evidenzia come recuperare un fratello che ha peccato. Il primo passo è l’ammonizione. Se viene accolta, e nasce una relazione, il fratello è reintegrato. Ma può esserci anche l’ostinazione per cui bisogna ritentare assieme ad alcuni fratelli. Se anche questo tentativo fallisce ecco allora l’intervento della comunità. Ma può esserci il caso che anche la comunità fallisca. Allora Matteo scrive: «Se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come un pagano e un pubblicano» (cf. Mt 18,17). Questa espressione a livello ecclesiale indica l’atto della scomunica. Non è una formula di condanna ma la presa di coscienza di una comunione infranta, di un legame interrotto, di una lacerazione comunitaria. Di qui una indicazione importante: la preghiera dove non solo si sperimenta la bontà del Padre ma anche la presenza del Signore al cuore della vita comunitaria. In lui l’unità è sempre possibile.
Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)