28 Giugno 2026

XIII Domenica del Tempo Ordinario

Seguire Cristo chiede un amore radicale, oltre ogni legame. Dalla croce nasce la vita nuova: l’amore vince la morte e genera testimoni.

«PIÙ DI ME»

Condizione alla sequela è l’amore a Cristo; un amore che va oltre l’autorità dei legami ombelicali (padre, madre, figlio, figlia), oltre le attese, l’autorità e le aspettative morali e religiose della famiglia, e persino oltre se stessi. Questo amore va fino alla croce e questo per il semplice fatto che è un amore radicale e quindi comporta fatica, lotta e travaglio. E tutto questo in vista di Cristo, come dicevamo, e quindi di una vita vera, piena, nella quale l’ordo amoris educa poi all’autenticità delle relazioni verso l’Alto e l’altro, verso Dio e l’uomo. Certo, non senza la morte di se stessi, del proprio egoismo, come tra l’altro leggiamo anche nella letteratura rabbinica: «Che deve fare l’uomo per vivere? Uccida se stesso. E che deve fare per morire? Dia vita a se stesso» (Tamid 66a). Va detto che Gesù fu un rabbi davvero originale. A quanti lo volevano seguire chiedeva di lasciare tutto, di fare vita comune, di entrare in una relazione di amicizia, di condivisione, e di partecipazione piena al disegno di Dio. Ciò che colpiva era la precedenza che riservava agli emarginati, elevandoli poi – cosa davvero insolita – alla condizione di beati (makàrioi). Di che felicità parlava? Di quella di chi è felice per la propria impresa (nel greco classico makàrios era usato in riferimento agli eroi di guerra). Insomma, fece intendere che la beatitudine la si conquista attivamente e che non è solo un riconoscimento ex alto. Se i più poveri cominciarono a sorridere, i ceti medi a sospirare, i potenti iniziarono a temere. Difatti, quelle parole che risuonavano in Galilea giunsero – eco potente – in Giudea, fino a Gerusalemme, nelle stanze dell’establishment religioso e politico. A quanti lo osservavano incuriositi (tra questi Nicodemo, un importante membro del sinedrio), dimostrava, senza nessuna arma o esercito, il sovvertimento delle potenze. Queste però si sarebbero vendicate di lui appendendolo un giorno ad una croce. E sul Golgota, una nuda altura, senza vegetazione, spuntò un albero nuovo, che nessun libro di botanica aveva mai catalogato. Si pensava, anche tra la stretta cerchia dei suoi discepoli, che quella morte fosse il sigillo a quel curioso rabbino venuto da Nazareth. Ma non fu così, perché lo videro risorto. E per prime le donne, le meno affidabili in quella cultura separatista e fortemente patriarcale. Ma quanti erano stati con lui compresero che l’amore non può morire, che l’amore trionfa sulla morte. Fu una luce dall’alto. E non fu più come prima perché da discepoli meschini e interessati divennero testimoni di una nuova umanità. Ecco dove ci porta il di più che oggi il Cristo ci chiede.

Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)

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