31 Maggio 2026
Santissima Trinità
La croce rivela la Trinità: Dio è amore che si dona. Non dominio ma comunione, dove l’altro non annienta ma compie la nostra umanità.
L’INEDITA RIVELAZIONE DELL’INTIMITÀ “NON SOLITARIA” DI DIO
Che io – mio Dio, Trinità che adoro –
non ti abbia mai a lasciar solo…
tu hai bisogno della mia presenza.
Elisabetta della Trinità
Chi entra nella chiesa di santa Maria Novella, a Firenze, può vedere uno degli affreschi più rivoluzionari del primo Quattrocento: la Trinitas in cruce del Masaccio. Certo, per Masaccio la Trinità è un dogma, ma il dogma – ci fa capire il pittore – nasce dalla rivelazione (Dio si è detto) e la rivelazione accade sempre uno spazio definito (ecco allora la prospettiva, che tanto stupì i suoi contemporanei) ed entra dentro un tempo preciso. E così, Dio, il nostro Dio, non solo si è detto ma anche dato. Insomma, il genio del Masaccio ha saputo tradurre iconograficamente una delle grandi verità cristiane ossia la croce come luogo storico della manifestazione della Trinità. Ecco dove deve volgersi il nostro sguardo, se vogliamo trovare la Trinità. Ma attenti – ed è il secondo punto della nostra riflessione –, non dobbiamo associare la croce al dolore (come saremmo tentati); la croce si comprende e si giustifica solo dall’amore. Dobbiamo ricordare che Cristo – che incarna il sentire trinitario – non ha offerto le sue sofferenze a Dio, ma ciò che diventava in quelle sofferenze. E cosa diventava? Diventava un essere che nel dono totale di sé toccava quei vertici d’amore che soli sono capaci di salvare. Questo amore – che poi è risuonato come buona novella – vuole raggiungere non solo i confini della terra ma desidera anche dimorare nel nostro cuore. Sulla croce abbiamo perciò l’epifania del cuore trinitario. Il Dio Trinità (terzo punto), appare perciò a noi come amore; amore e non onnipotenza, come talora pensiamo. Potremmo dire che il suo cuore è onnipotente, certamente, ma in quanto amore creante e paziente. E qui capiamo cosa sia l’amore. L’amore è dono di sé; dono che però presuppone un esodo da sé, dalle proprie misure, dalle proprie logiche per prendere parte ad un’altra esistenza, quella dell’altro. Questo amore si dona senza distruggersi perché l’altro non è il mio annientamento (come talora erroneamente interpretiamo) ma il mio compimento. Credo che l’individualismo, che tanto caratterizza il nostro abituale modo di vivere avrebbe meno incidenza se professassimo più un Dio come Trinità d’amore piuttosto che un Dio onnipotente. Un Dio onnipotente deve solo dominare e chiede obbedienza. Ma questo Dio non può essere il Dio vivente, ma solo la caricatura della nostra sete di potere e di dominio; e comunque non è certo il Dio che ci ha narrato Gesù con la sua vita e la sua morte. Vorrei infine ricordare che nel XIX secolo molti teologi hanno visto nella unicità del Dio trinitario l’immagine originaria della possibile comunione umana nella chiesa e nella società. Si arrivò persino a parlare di una dottrina sociale della Trinità. È evidente che rispecchia la Trinità una comunità cristiana, una famiglia credente, che sia una, unica e unificante dove i rapporti non sono determinati dal dominio ma dal dono, dalla grazia non dalla legge, dalla valorizzazione dell’altro non dall’autoaffermazione personale a scapito del prossimo. Possiamo dire che questo è il mondo in cui gli uomini si caratterizzano non per i titoli ma per la relazione; dove tutto è comune e tutto è condiviso, fatta eccezione dell’originalità di ognuno. Utopia? Se questo fosse il nostro pensiero oggi non dovremmo celebrare l’Eucaristia.
Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)