3 Maggio 2026

V Domenica
di Pasqua

La fede pasquale nasce da un cammino: dal vedere esteriore al riconoscere il Vivente. Incontrato Cristo, lo si annuncia: «Ho visto il Signore!».

ITINERARIO DI UN INCONTRO

Tu eri dentro di me e io fuori.
E là ti cercavo.

Agostino di Ippona

Che Gesù sia risorto è un dato di fede; che per noi sia una realtà vissuta è tutto da verificare. Non basta infatti affermare che è ritornato in vita se poi, nella nostra vita, non ne abbiamo esperienza. Ma come accedere alla grazia pasquale? Gli evangelisti, in questo tempo liturgico, ce ne indicano la strada. Se stiamo a Gv 20 possiamo notare che un verbo fa come da protagonista al racconto: «vedere». Gesù risorto è visto ossia riconosciuto e per questo annunciato. Ma attenzione. Nel testo greco abbiamo ben tre verbi differenti per indicare questo itinerario. Notiamo: Giovanni esordisce dicendo che Maria di Magdala, quando si è recata al sepolcro ha visto (blépei, Gv 20,1) la pietra rimossa. Qui il verbo evidenzia un vedere fenomenico, ciò che cade sotto i nostri occhi, quanto si constata. Tuttavia, Maria, al contrario di Pietro e del Discepolo amato, rimane lì, e ad un certo punto scorge due angeli. Qui il verbo è theoréin che denota uno sguardo più riflessivo rispetto a blépein. Maria quindi si interroga, vede e cerca di discernere ciò che vede. Con ciò che vede, i due angeli, entra poi in contatto e da questi si sente interrogata: «Perché piangi?» (Gv 20,13). Questa domanda è propedeutica alla seconda che le sarà fatta da Gesù stesso, il quale la inviterà ad andare più a fondo: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» (Gv 20,15). Ecco il punto: chi cerca Maria: un cadavere o il Vivente? A questo punto, Gesù risorto si rivela chiamandola per nome, e lei subito lo riconosce come il Maestro. Da Gesù è inviata ad annunciare la buona novella della risurrezione, cosa che ella fa prontamente dicendo ai discepoli: «Ho visto il Signore!» (Gv 20,18). Il verbo heòraka esprime la visione profonda della fede. La medesima espressione la ritroveremo sulle labbra dei discepoli dopo l’apparizione del Maestro, la sera di quel medesimo giorno (cf. Gv 20,25). Ecco l’iter compiuto che però non si arresta, perché, come diceva Kafka: «Cristo è un abisso di luce».

Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)

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