12 Aprile 2026
II Domenica
di Pasqua
Paolo annuncia il Risorto come tradizione ricevuta: Cristo è vivo e si rivela. L’incontro con lui trasforma la vita e matura nel silenzio.
«NON HO FORSE VISTO GESÙ, NOSTRO SIGNORE?» (1Cor 9,1)
Di che è mancanza questa mancanza,
cuore,
che ad un tratto ne sei pieno?
…
Viene… da oltre te.
M. Luzi
Paolo non è solo il primo autore di testi neotestamentari; egli è pure il testimone più antico che ci ha lasciato uno scritto della propria esperienza del Risorto. Quando si rivolge ai Corinti, non parla solo della manifestazione di Gesù a Cefa, poi ai Dodici e a più di 500 fratelli ma anche a lui. E per evidenziare il carattere anomalo della sua venuta alla fede, lui che era stato un persecutore accanito, scrive che il Signore gli apparve come «ad un aborto» (cf. 1Cor 15,8). Più volte usa il termine «apparve» ossia, letteralmente, «si è fatto vedere». Ma attenzione, questa visione è stata soprattutto interiore ossia si è manifestata in lui una consapevolezza così lucida e convincente del Signore Gesù da cambiargli radicalmente l’esistenza. Come è noto, il brano di 1Cor 15,3-5 è il credo più antico della Chiesa. Scrive l’apostolo: «Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici». La coppia di verbi: trasmettere e ricevere, in uso nelle scuole rabbiniche del tempo, allude ad una tradizione da trasmettere senza varianti (cf. 1Cor 11,23). Il Vangelo della risurrezione annunciato da Paolo è stato perciò ricevuto. Questo è un primo aspetto, importantissimo. Notiamo ora i verbi usati. Il primo: «Cristo morì». Il verbo all’aoristo, in greco, evidenzia un fatto che ha avuto luogo e che da tutti è conosciuto. «Fu sepolto». Anche qui il verbo è all’aoristo. Il simbolo del sepolcro evidenzia il fatto che Gesù è proprio morto. «È risuscitato». Il verbo in questo caso è al passivo ed indica l’azione di Dio, che per rispetto non si nomina. È Dio quindi che fa risorgere il Figlio. Inoltre il verbo è al perfetto per evidenziare come un fatto passato perduri nel presente. Cristo è vivo, ieri, oggi e sempre. «Apparve», in fine, non significa che è stato visto ma che si è fatto vedere, come abbiamo già ricordato. L’iniziativa è sempre del Risorto. La fede nella risurrezione non si è quindi autoprodotta nei discepoli ma è scaturita da una rivelazione. Paolo, la cui esperienza è raccontata in Atti degli Apostoli per ben tre volte (9,1-18; 22,5-16; 26,9-18), sottolinea inoltre che la conferma dell’autenticità del suo incontro con il Risorto è stata data anche dalla Chiesa (Anania). Quindi è la Chiesa che conferma la fede; è la Chiesa la garante della verità di una esperienza del Signore. C’è poi un altro elemento, forse poco evidenziato. L’apostolo, dopo Damasco, si ritira per circa tre anni nel deserto di Arabia (Gal 1,17). Lì interiorizza quanto accaduto e si prepara per la sua futura missione. L’evento della risurrezione esige quindi un percorso di assimilazione graduale nel silenzio orante del proprio cuore.
Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)