5 Aprile 2026

Pasqua di Risurrezione

La risurrezione vince la morte senza cancellarne i segni: il Risorto custodisce le ferite, perché solo così la vita nuova è vera e credibile.

La risurrezione di Borgo san Sepolcro di Piero della Francesca

Cos’è la morte alla luce della risurrezione? Ce lo spiega un affresco di Piero della Francesca che a Borgo san Sepolcro ci ha lasciato un Cristo risorto di straordinaria potenza estetica e teologica. Nell’immagine c’è un gesto imperativo del Kyrios: il piede posto sul sepolcro, che indica l’avvenuta vittoria sulla morte. Quel corpo che era stato crocifisso ora si erge nella luce di un tempo altro, nuovo. C’è infatti un verde nel cielo che trascolora in azzurro e al centro c’è lui, con un volto rude, terragno come amava rappresentarlo Piero. Non c’è più nessun segno della Passione, del dolore, della morte come pure non c’è nessun movimento in quella luminosità sorgiva. Come è noto, le figure di Pietro sembrano uscire dal tempo, sono fisse nell’eternità. Per cui, il Cristo di Borgo san Sepolcro non esce solo dal sepolcro ma dal tempo stesso. E tuttavia qualcosa lo lega ancora al tempo, qualcosa lo lega ancora alla Passione. C’è una piccola ferita sul costato, non rimarginata e ancora sanguinante. Guardando questa icona, Bonnefoy si chiedeva: «È vero che la morte, l’invenzione della morte, è qui largamente guarita?». C’è un fatto, la ferita aperta rimette in scena il tempo, e quindi la Passione e la morte. La Risurrezione di Borgo san Sepolcro ripresenta allora ciò che pareva sciolto nell’eternità. La morte si riaffaccia con i suoi realissimi e tragici segni, con le sue ferite. E non può essere diversamente. Per essere vera risurrezione, il Risorto deve mostrare in ogni sua fibra la verità del suo morire e della sua stessa morte. Ecco il paradosso, il corpo del Risorto custodisce la morte. Certo, la morte è vinta ma non se ne possono cancellare i segni. E quei segni Tommaso li vuole vedere, li vuole toccare. Ed è importante vedere e toccare perché significa desiderare di sperimentare un dono che mai verrà meno: «Mio Signore e mio Dio», esclama l’apostolo. Tommaso non solo riconosce il Risorto ma esprime una appartenenza. Non dice: «Signore Dio» ma «Mio Signore e mio Dio». Si potrebbe parafrasare anche così: «Sei il mio unico Signore e il mio unico Dio».

Un ramo di pesco
nel cuore di ogni uomo
oggi fiorisce;
nelle ferite aperte dal dolore
la capinera fabbrica il suo nido
e intona canti di consolazione.
E tu, uomo della Passione,
nel bel mese di aprile apri i solchi:
insolita stagione hai scelto
per gettare a morire la semente!
Da questi segni tuoi ti riconosco
fascinoso Straniero sulla terra,
che dell’esilio conosci l’amarezza,
e della patria, sotto l’ignominia,
conservi lo splendore.
Amen. Alleluia.

Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)

Pin It on Pinterest

Share This

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Non utilizza cookie per finalità commerciali né fornisce a terzi le informazioni sugli utenti. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo. Per saperne di più sui cookie, clicca su maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi