3 Aprile 2026
Venerdì Santo
Nella Passione giovannea Gesù si consegna liberamente: nuovo Adamo e Re, dalla croce dona lo Spirito e genera la Chiesa, aprendo alla Pasqua.
La Passione secondo Giovanni può essere letta dividendo i due capitoli che la compongono in cinque quadri; nel primo (Gv 18,1-11), Gesù è arrestato; nel secondo (Gv 18,12-27), è condotto davanti al Sommo Sacerdote Anna; nel terzo (Gv 18,28-19,16), è portato da Pilato, il procuratore romano; nel quarto (Gv 19,17-37), quello più drammatico, muore in croce. A sigillo, nel quinto (Gv 19,38-42), abbiamo la regale sepoltura nel giardino.
La Passione inizia e termina in un giardino (Gv 18,1; 19,41). Il termine kepos («giardino fiorito»), traduce l’ebraico gan («paradiso») e allude, con molta probabilità, al giardino della Genesi, dove Dio ha creato l’uomo, e dove è avvenuta la prima lotta tra il bene e il male (Gen 3). Gesù, a partire da questo fondale, è il nuovo Adamo vincitore sul peccato. Vi è poi, con la menzione del torrente Cedron, un altro rimando biblico, 2Sam 15, dove si narra la fuga del re Davide dalla congiura perpetrata dal figlio Assalonne. Davide è un re sconfitto e un padre tradito. Anche Gesù, nuovo Davide, è tradito dai suoi. Giuda, difatti, sarà a capo del gruppo dei soldati venuti per catturarlo. Quando poi Gesù chiede chi stanno cercando, e si sente rispondere: «Gesù, il Nazareno», esclama: «Io sono» (ego eimi) (Gv 18,5). Questa autopresentazione, che ritorna tre volte nel nostro brano (Gv 18,5. 6. 8) indica, con il suo rimando a Es 3,14, la divinità di Gesù e l’impotenza del mondo su di lui. Non a caso, in quell’istante, tutti indietreggiano e cadono a terra. Non gli uomini allora catturano Gesù, ma è lui che si consegna spontaneamente a loro.
Gesù viene poi afferrato, legato e condotto a giudizio prima davanti al potere religioso (Anna) e poi davanti a quello politico (Pilato). L’episodio del giudizio presso Anna (Gv 18,12-27) è preceduto e seguito dalla presentazione di due discepoli: il Discepolo amato e Simon Pietro. In essi possiamo scorgere due modalità di sequela del Messia crocifisso. Il Discepolo amato segue Gesù mettendo a rischio la propria vita, Simon Pietro, visto il pericolo che lo minaccia, non teme invece di rinnegare il suo Maestro. L’incontro tra Gesù e Anna è narrato con grande maestria; se inizialmente è Anna che interroga, poi, con un rovesciamento di ruoli, è Gesù che interroga Anna, rimandandolo alla testimonianza di coloro che hanno udito la sua predicazione. Questo appare come una insolenza, e viene schiaffeggiato. Gesù viene allora mandato da Caifa, che in quell’anno era Sommo Sacerdote. Prima però deve passare da Pilato (Gv 18,28-19,16). Gesù sperimenta così l’ipocrisia e la violenza delle istituzioni religiose e civili.
La scena centrale del terzo quadro (Gv 18,28-19,16) è quella dove Gesù è incoronato di spine e flagellato (Gv 19,1-3). Gesù è il re; sì, sul piano della storia è un re deriso e oltraggiato, ma agli occhi della fede è il vero re, colui che libera l’uomo dalla signoria alienante del peccato. Dopo la coronazione di spine, Pilato lo fa portare davanti ai Giudei. La sua dichiarazione: «Ecco l’uomo!» (Gv 19,5), pare rimandi al titolo Figlio dell’uomo del profeta Daniele (7,13). Comunque, Gesù, nella sua estrema umiliazione e impotenza, condannato ingiustamente, è colui che possiede il potere di giudice sovrano perché Figlio dell’uomo: «Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo» (Gv 5,26-27).
Dopo l’interrogatorio, Gesù si avvia al Calvario portando la croce. È il quarto quadro (Gv 19,17-37). Ivi viene crocifisso tra due ladroni (Gv 19,18). Viene poi affissa una iscrizione sulla croce in tre lingue. Con questa inscriptio si dichiara così al mondo intero la regalità di Gesù. Seguono la divisione delle vesti, l’affidamento di Maria al Discepolo amato e la morte di Gesù. L’evangelista rilegge poi l’evento della croce attraverso due precise citazioni scritturistiche (Es 12,46, che parla dell’agnello pasquale, e Zc 12,10, che annuncia lo spirito di consolazione e grazia sulla casa di Israele). Vi è poi un elemento simbolico importante, il costato aperto da cui fluisce sangue e acqua. Il costato rimanda ad Adamo, dal quale Dio ha formato Eva (Gen 2,21-22). Da Cristo nasce quindi la comunità dei credenti, la Chiesa. Il sangue esprime invece la morte accettata per amore, mentre l’acqua rappresenta il dono dello Spirito Santo (Gv 7,37-39). Gesù, sulla croce, è il nuovo tempio, quello vero, dal quale scaturiscono fiumi d’acqua viva, che trasformano ogni uomo un sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna (Gv 4,14).
Dopo la morte, Giuseppe di Arimatea e Nicodemo vanno a prendere il corpo di Gesù per seppellirlo (Gv 19,38-42). Anche in questo caso, Giovanni va oltre il fatto in sé e vi legge un significato più profondo. Il sepolcro è posto in un giardino, dove vengono sepolti i re (2Re 21,18). Vengono portati ben 30 Kg di mistura di aloe e mirra. L’aloe e la mirra profumano il talamo (Pr 7,17). Il gesto di Giuseppe e Nicodemo fa sì che il sepolcro divenga una camera nuziale, dove il re, Cristo, celebra i suoi sponsali con la regina, l’umanità. L’incontro, qui annunciato, avverrà il mattino di Pasqua, quando il Signore risorto chiamerà per nome Maria di Magdala, immagine della nuova umanità redenta (Gv 20,11-18).
Ho sete.
Tu chiedi acqua a me,
Signore,
a me cisterna screpolata
perduta
in arida campagna?
Nulla otterrai
tu, Dio onnipotente,
se la mia sete
prima tu stesso non bevi,
fino a morirne
riarso.
Amen.
Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)