2 Aprile 2026
Giovedì Santo
Nella lavanda dei piedi Gesù rivela l’amore che risana l’umanità ferita: Dio si china, guarisce e restituisce all’uomo la sua dignità.
Della Messa in Coena Domini portiamo l’attenzione sul brano evangelico (Gv 13,1-15) e in particolare sulla lavanda dei piedi. Cosa ha voluto dirci Gesù in quel gesto così singolare e inaudito? E perché ha lavato proprio i piedi dei suoi discepoli lasciando a loro e a noi l’esempio perché lo imitassimo? Sono molti i miti dell’umanità che pongono in risalto un fatto doloroso: l’uomo ha i piedi feriti. Edipo, ad esempio, che etimologicamente significa «piede gonfio, ferito», giungerà, come sappiamo, a uccidere il padre e a sposare la madre. Per punizione sarà appeso ad un albero per i talloni. La letteratura greca ci presenta anche Achille, grandissimo eroe, che proprio nel piede avrà il suo punto vulnerabile. Nell’assedio di Troia sarà colpito al tallone da Paride. Se apriamo la Scrittura troviamo le stesse immagini. Eva, ad esempio, è minacciata dal serpente proprio al calcagno (Gen 3,15). Che significato riveste allora il piede? Il piede permette all’uomo il contatto con la terra; è il punto di partenza per la sua verticalizzazione. La postura verticale diviene così immagine della dignità umana. Ma l’umanità, come dicevamo, ha i piedi feriti, è minacciata dal male che tenta sempre di minarne la stabilità e…gettarla a terra. Il profeta Isaia vede il suo popolo, che ha ceduto all’idolatria, ricoperto da una ferita spaventosa: «Dalla pianta dei piedi alla testa / non c’è nulla di sano, / ma ferite e lividure / e piaghe aperte / che non sono state ripulite né fasciate / né curate con olio» (1,6). Di qui l’invito accorato alla conversione affinché il Signore possa curare e guarire il suo popolo (Is 30,26). E Dio interviene con la promessa del Germoglio giusto (Zc 3,8), sotto i cui piedi tutto rifiorirà (Zc 6,12, si veda nota della TOB). Matteo, che conosceva bene queste profezie, chiude l’episodio della sacra famiglia dall’Egitto affermando che Gesù, secondo la profezia, doveva essere chiamato Nazareno (Mt 2,22-23). Nazareno viene fatto derivare da nezer, che significa «germoglio». Tutto si chiarisce e compie: Gesù è il Germoglio profetato, che al suo passaggio tutto rinnoverà, come attesta anche Pietro: «Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui» (At 10,38). Da questo entroterra storico-salvifico, brevemente abbozzato, la lavanda dei piedi viene a collocarsi come l’atto ultimo e definitivo con cui Dio ristabilisce l’uomo nella dignità perduta. Nel Figlio, Egli stesso ricrea, purifica e cura la ferita mortale del peccato. Giovanni, nell’Apocalisse, presenterà una umanità finalmente risanata nella figura della donna, la quale, non a caso, poggia i suoi piedi sopra la luna (Ap 12,1, cf. Sal 8,7). Se Isaia aveva pianto il suo popolo (immagine dell’umanità) compromesso dalla testa ai piedi, ora Giovanni, profeticamente, gioisce perché in Cristo l’umanità ha ritrovato se stessa e Dio. Non dobbiamo però dimenticare che per sanare questa ferita, Dio ha dovuto pagare un prezzo altissimo, che riassumerei con una frase di Isaia: «Per le sue piaghe siamo stati guariti» (53,5). Senza alcun dubbio, e concludiamo, la lavanda è un gesto da imitare; prima però va compreso come gesto rivelativo, secondo la parola di Gesù: «Il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo» (Gv 5,19).
Concedici, Signore,
di saper riconoscere il tuo giorno
e di lasciare indietro,
il pianto delle nostre tristezze
per entrare con te nel canto della tua gioia.
Ma prima concedici
il coraggio di entrare con te
nella “tua ora”,
di camminare sulle vie della fede
al buio della notte,
ma con accesa nel cuore
la stella della speranza
come chi sa di andare, sicuro,
verso l’aurora.
Amen.
Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)