29 Marzo 2026

Domenica delle Palme
e della Passione

La Passione nasce dalla fede pasquale: croce e risurrezione sono inseparabili e rivelano l’amore trinitario di Dio che vince la morte.

I racconti della Passione, nati dalla fede dei primi testimoni, sono stati preceduti dall’annuncio del kerigma mediante formule molto sintetiche e concise (At 2,23-24). Con il tempo però si resero necessarie alcune precisazioni, per cui comparvero nei racconti vari personaggi, da Pilato, il procuratore romano, fino a Barabba, il brigante. Nella predicazione primitiva passione e risurrezione erano inscindibili. Senza la risurrezione, infatti, la morte di Gesù sarebbe incomprensibile, sarebbe simile alla morte di Socrate, che pensava di far trionfare con il suo sacrificio la validità del suo messaggio. Ma anche la risurrezione non sarebbe del tutto intelligibile senza la croce, nella quale risplende la solidarietà estrema di Cristo. Nati dalla fede, questi racconti sono stati pensati per la fede della comunità cristiana. Fin dalle origini, in fine, sono sempre stati uniti alla celebrazione della Cena del Signore. Unendo la memoria della Passione e quella dell’ultima Cena, la comunità credente riconosceva il valore salvifico del “corpo dato” e del “sangue versato” di Gesù realizzando così la verità della stessa Eucaristia: «Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga» (1Cor 11,26).
Ad una lettura attenta di questi testi ci si accorge subito che non narrano semplicemente le ultime ore terrene di Gesù. Ciò che scopriamo è la storia stessa di Dio, la storia della Trinità; c’è un verbo che percorre le quattro versioni, «consegnare» (paradídomi). La prima consegna è quella di Gesù (Gv 19,30; Gal 2,20). Ma anche il Padre consegna (Mc 9,31), manifestando il suo amore per l’umanità. La croce, non da ultimo, è anche la storia dello Spirito (Eb 9,14). Il mistero del Golgota e il mistero della Trinità – osservava J. Moltmann – sono due aspetti della stessa realtà: Dio è amore. Matteo, nel suo racconto, dipende molto da Marco. Tuttavia, il Gesù che egli descrive appare subito consapevole di ciò che sta per accadergli, ne prevede gli eventi, li accoglie e li interpreta in modo autorevole. Il Gesù di Matteo è il Pantokrator, al quale appartiene ogni potere in cielo e in terra. Eppure, egli non si serve del suo potere per evitare la croce e la morte; egli assume la prima e attraversa la seconda inaugurando così la nuova creazione (Mt 27,52-53). La narrazione si apre con il complotto dei sacerdoti e degli anziani riuniti in casa di Caifa: Gesù dovrà essere arrestato a tradimento e ucciso ma senza creare disordini tra il popolo. Com’è possibile, pare chiedersi l’evangelista, che le guide spirituali di Israele, incaricati di preparare la venuta del Messia, consegnino nelle mani dei pagani il Figlio di Dio? Matteo cerca una risposta nelle Scritture, e riconosce in Gesù il Servo di JHWH e il giusto perseguitato verso il quale insorgono i potenti (Sal 2). Dio però sostiene il suo Servo. Nel descrivere poi i segni prodigiosi che seguono alla morte di Gesù, l’evangelista mette in evidenza come la tomba non ha potuto trattenere la Vita.

Inchiodato alla croce,
il tuo abbraccio,
Gesù,
mai si richiude.
Immane solitudine
di un dono
senza contraccambio…
con le mie braccia fragili
oggi ti raccolgo,
mio Signore,
e ascolto il tuo morire
in silenzio,
il tuo morire per me
di folle amore.

Amen.

Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)

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