15 Marzo 2026
IV Domenica
di Quaresima
Anno A
Il cieco trova la luce incontrando Gesù: riconoscere il proprio humus con umiltà apre alla verità, alla fede e all’amore che salva.
«TU, CREDI NEL FIGLIO DELL’UOMO?»
Era nato cieco, e sulla sua cecità pesava anche il giudizio: «Rabbì, chi ha peccato – chiedono i discepoli a Gesù – lui o i suoi genitori, perché nascesse cieco?» (Gv 9,2). Per la cultura del tempo, la malattia era sempre il segno visibile di una colpa. Ma Gesù rompe questa logica ricordando che né lui né i suoi genitori hanno peccato. Per il Maestro la colpa è secondaria, quello che è determinante è la manifestazione dell’opera di Dio. Ma allora, cosa indica la malattia? A dove vuole condurre? Forse a ritrovare il vero sé, ossia la propria identità nascosta. Ma per quale via? Quella della fede in Gesù: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?» (Gv 9,35). Insomma, quell’uomo cieco accogliendo Gesù come luce vedrà la propria verità d’uomo e riconoscerà il mondo così com’è. Curiosi i gesti compiuti dal Maestro: «Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Va’ a lavarti nella piscina di Siloe”» (Gv 9,6-7). La cecità di quest’uomo non è solo fisica; essere ciechi significa rifiutare di riconoscersi per ciò che si è, non volendo accogliere le zone d’ombra che ci abitano. Ma così facendo ci si idealizza, e ci si pone sopra l’uomo stesso. Ecco perché il Maestro sputa per terra, sull’humus, e poi passa il fango impastato sugli occhi del suo interlocutore come per dirgli: solo se riconosci il tuo humus potrai vedere. Questo riconoscimento parte dall’umiltà. L’humilitas riconcilia con l’humus. Ecco allora irradiarsi la luce della veritas che restituisce l’uomo a se stesso. Ma non è tutto. Quest’uomo è inviato alla piscina di Siloe, che significa Inviato. Noi sappiamo che Gesù è l’Inviato di Dio. Andare alla piscina di Siloe significa perciò andare a Cristo portando il proprio fango e lasciarsi lavare dalle acque purificatrici del suo amore fedele. Quest’uomo cieco è chiamato quindi non solo alla fede ma anche all’amore, a quella forza che «move il sole e l’altre stelle» (Paradiso XXXIII, 145), e che sorprendentemente sta davanti a lui: «“E chi è, Signore, perché io creda in lui?”. Gli disse Gesù: “Lo hai visto: è colui che parla con te”» (Gv 9,36-37). Sulla fede in Gesù come amore facciamo nostri alcuni versi di Antonia Pozzi (1912-1938):
Ho tanta fede in te. Mi sembra
che saprei aspettare la tua voce
in silenzio, per secoli
di oscurità.
…
Ho tanta fede in te. Son quieta
come l’arabo avvolto
nel baraccano bianco,
che ascolta Dio maturagli
l’orzo intorno a casa.
Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)