8 Dicembre 2025
Immacolata Concezione
della Vergine Maria
Anno A
Maria, piena di grazia e disponibile alla Parola, e Giuseppe, padre che accoglie, generano insieme il Figlio di Dio nella storia.
«UMILE E ALTA»
Maria è l’umanità che si trova davanti ad un Dio che vuole entrare nella storia. Se la concezione di Gesù avviene per lei in stato di veglia, per Giuseppe sarà durante il sonno, in un sogno. Maria esprime così l’adesione volontaria ed entusiasta al volere divino, mentre Giuseppe evidenzia l’atteggiamento più passivo e accogliente. Entrambi si completano, e, dopo aver sottomesso il loro destino alla Parola, generano il Figlio di Dio. Entrambi sono genitori di Gesù, ma in modo singolare. Giuseppe è il padre adottivo. E non può essere diversamente. Un padre, anche se genera, è sempre padre adottivo. Difatti, un padre deve adottare il figlio. Alcuni lo adottano alla nascita, altri dopo qualche giorno, altri quando comincerà a parlare. Padre, come afferma la stessa tradizione ebraica, non è chi genera ma chi accoglie ed educa. Ecco allora il padre che conferisce il nome al proprio figlio, provvede al suo sostentamento, lo istruisce, lo chiama ad una vita più intensa, lo orienta ad un desiderio più sicuro. Giuseppe ci ricorda che non ci sono mai bambini sognati, ma bambini ai quali insegnare il mestiere della vita.
Maria invece è vergine. Luca lo sottolinea per ben due volte (cf. Lc 1,27). Non si intende tanto l’integrità fisica. Essere vergine significa essere disponibile. Per la vergine, la Parola viene prima della carne. Ed è questa disponibilità piena a far sì che il Verbo di Dio assuma un corpo umano, un volto e un nome. Questa vergine, come sottolinea bene la solennità odierna, è piena di grazia (cf. Lc 1,28) ossia Maria è la beneamata da Dio. In greco il termine è kecharitoméne ed esprime l’elezione, la predestinazione di questa giovane donna alla maternità del Messia. Qui troviamo il fondamento biblico-teologico della sua concezione verginale. Maria, ci chiediamo, era consapevole di questa grande dignità? Di questo dono straordinario con cui Dio l’aveva guardata fin dall’eternità? Lasciamo la parola a Bernanos che, nel Diario di un curato di campagna, mette sulla bocca del parroco di Torcy queste illuminanti affermazioni: «La Vergine era l’Innocenza. (…) Lo sguardo della Vergine è il solo sguardo veramente infantile, il solo vero sguardo di bambino che mai si sia posato sulla nostra vergogna e la nostra miseria. (…) La santa Vergine non ha avuto né trionfo né miracoli. Suo figlio non ha permesso che la gloria umana la sfiorasse, neppure con la più esile punta della sua vasta ala selvaggia. Nessuno è vissuto, ha sofferto, è morto così semplicemente e in una ignoranza altrettanto profonda della propria dignità, dignità che pura la innalzava al di sopra degli Angeli. Perché in fin di conti era nata senza peccato: straordinaria solitudine! Una sorgente così pura, così limpida, così limpida e pura da non poter vedere riflessa neppure la propria immagine, riservata alla sola gioia del Padre – o solitudine sacra!». Ecco chi era Maria di Nazareth. Alda Merini, in una sua poesia, così canta colei che fu «umile ed alta più che creatura» Paradiso XXXIII, 2): «La sua verginità era così materna che tutti i figli del mondo avrebbero voluto confluire nelle sue braccia. Era aulente come una preghiera, provvida come una matrona, era silenzio, preghiera e voce. Ed era così casta e ombra, ed era così ombra e luce, che su di lei si alternavano tutti gli equinozi di primavera».
Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)