19 Ottobre 2025
XXIX Domenica
del Tempo Ordinario
Anno C
Con Mosè, mani alzate a Dio e alleanza fraterna portano alla vittoria: il male ritorna, ma va ricordato e affrontato con fede.
L’ALLEANZA DELLE MANI
Israele ha provato la sete, ed è stato dissetato; la fame, ed è stato saziato. Ora, con Amalek, avverte la minaccia del nemico. Dio interviene ancora una volta tramite il suo servo Mosè. C’è un elemento simbolico che ritorna in Es 17,8-13, quello delle mani alzate. Le mani alzate verso il cielo (Dio) condizionano favorevolmente gli esiti della guerra contro gli Amaleciti. Nella cultura del tempo le mani esprimono così il potere della mediazione. Dire “mano alzata” significa dire “mano potente”. Dio stesso, nella Scrittura, manifesta la sua forza con mano potente e braccio teso (cf. Dt 7,19); sempre la sua mano punisce, perdona, e raduna il gregge disperso (cf. Ez 20,33-44). Nel cammino della salvezza sovente la mano di Dio è unita alla mano dell’uomo; pensiamo, ad esempio, quando Mosè, nel racconto delle piaghe d’Egitto, impugna con la sua mano il bastone di Dio e opera prodigi; quando, ancora, getta con la mano la fuliggine per aria causando ulcere agli Egiziani. In Mosè è la mano stessa di Dio ad operare segni e prodigi. Quando, perciò, Mosè è sul monte e tiene le mani elevate verso Dio, e rimane lì immobile, significa che nell’ora della prova non viene meno nella sua funzione di mediatore. Il suo gesto non ha nulla di magico, ma esprime la sua fede in Dio, il solo che può decidere l’esito della battaglia. La vittoria sul nemico è perciò possibile nell’alleanza delle mani, quelle di Dio e quelle dell’uomo strettamente congiunte.
Ma la vittoria è possibile anche nell’alleanza fraterna. Sul monte infatti Mosè non è solo; con lui c’è Aronne e Cur, il sacerdote e il giudice. In questa icona “trinitaria” cogliamo l’importanza della solidarietà fraterna. Ma non solo. Il buon funzionamento della comunità del Signore è possibile solo là dove le varie istituzioni si sostengono e si integrano reciprocamente. Mosè rappresenta la profezia; Aronne, invece, è il sommo sacerdote, ed esprime la misericordia. Se la profezia intuisce la volontà di Dio, il sacerdozio media sempre la misericordia. Ma non bastano, ci vuole anche Cur, icona della giustizia, che ogni vero giudice deve saper esercitare nel nome di YHWH. Profezia, sacerdozio e esercizio della giustizia devono perciò andare di pari passo. Guai se la profezia non agisce con il sacerdozio, perché diventerebbe violenta; guai se la misericordia agisce senza profezia e giustizia, perché favorirebbe l’idolatria e il sopruso.
Che fare quando arriva Amalek ossia quando si è colpiti dal nemico che aggredisce alle spalle? Amalek, nella tradizione ebraica, non è solo il nemico di sempre, ma è pure il simbolo del male, del negativo che non si riesce a controllare e che giunge appunto all’improvviso (cf. Es 17,8). Il male, ci fa capire l’episodio, si attacca sempre su due fronti: dentro la storia (dove Giosuè combatte) e sul monte (dove Mosè intercede), dove incontriamo mani che non solo lottano frontalmente ma che anche si alzano al cielo., come abbiamo detto. Al termine c’è un invito: scrivere su un libro quanto accaduto per farne poi memoria (cf. Es 17,14). Bisogna sapere che ricordare la vittoria su Amalek è una delle 613 mitzvòt (precetti). Cosa significa? Che non bisogna dimenticare il male, che altri Amalek si presenteranno nella storia. Ecco perché bisogna fissare il tutto in un libro a perenne memoria.
Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)