27 Luglio 2025
XVII Domenica
del Tempo Ordinario
Anno C
Il Pater noster non è solo una preghiera da recitare, ma una via da percorrere: fiducia, ricerca, perdono e abbandono filiale al Padre, principio e destino dell’uomo.
UN MODO DI STARE NEL MONDO
I Vangeli ci parlano spesso della preghiera di Gesù. La sua preghiera ci appare da un lato ricevuta e dall’altro trasmessa. Ricevuta dalla sua partecipazione alla preghiera sinagogale, trasmessa perché risponde alla domanda dei discepoli: «Signore, insegnaci a pregare come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli» (Lc 11,1). Gesù non ci ha lasciato molte preghiere ma ha fatto una consegna: il Pater noster (cf. Lc 11,1-4). Ma non solo; dopo aver consegnato il Pater racconta, nella versione di Luca, una parabola, quella dell’amico importuno (cf Lc 11,5-8) a cui fa seguire delle esortazioni (cf Lc 11,9-13). Cosa vuol dire? Che per capire la preghiera del Pater, uno dei vertici dell’insegnamento sulla preghiera, dobbiamo tener conto di queste due aggiunte. Nella prima, quella dell’amico importuno, Gesù sottolinea l’atteggiamento di fondo della preghiera: la fiducia. Bisogna sì pregare il Padre ma con fiducia, come si fa con un amico del quale non si dubita di venir ascoltati. Nelle esortazioni, invece, si afferma che la preghiera è domanda, e ricerca; che la preghiera necessita di perseveranza. In fine Gesù fa un confronto tra il padre terreno e quello celeste. Fiducia, quindi, ma anche domanda, ricerca e perseveranza.
Facciamo qualche sottolineatura al testo del Pater. In greco il termine è patêr. Ma Gesù pregava in aramaico, per cui non diceva patêr ma Aun (ancor oggi nelle chiese caldee si recita così). In ebraico è Avinu. Già 2000 anni prima di Gesù così pregava Gudea re di Lagash (Mesopotamia): «Non ho padre, non ho madre, sei tu mio padre». Cosa significa? Che la paternità di Dio è inscritta nelle viscere e nella mente di ogni uomo. Con Aun si designava l’origine dell’essere. Invocare il Padre significa ricongiunsi quindi con il proprio principio. In Matteo, come è noto, l’Aun si definisce «nostro» e non «mio». Perché? Bisogna sapere che in oriente, in certe lingue, il «noi» è un segno di oblio di sé. Ad esempio, in Persia si diceva: «Il nostro occhio risplende» come dire «davanti a te io mi cancello, la tua apparizione rende luminoso il mio occhio, io non sono che un testimone fra tutti». Il «noi» non indica quindi una collettività ma l’oggettività di chi ha superato se stesso. Segue la santificazione del nome. Santificare il nome di Dio è una richiesta che va colta nella portata semitica, dove per «santificare» si deve intendere «rivelare». Al Padre si chiede che si riveli, che volga il suo volto verso di noi. Il Regno nella lettura dei padri greci è lo Spirito santo. Per «Regno» si deve quindi intendere l’illuminazione che è calata sui discepoli a Pentecoste infondendo due cose: ebbrezza sobria e loquela ispirata e franca. E giungiamo al pane, il quale ha un percorso affascinante nella storia dell’umanità e quindi nella Bibbia. Il pane passa dai campi alla mensa, dalla dispensa agli altari, dalla lotta per procurarselo alla sua consacrazione. Tra i frutti della terra è il più nobile ed è diventato il destino dell’uomo nuovo, la primizia della vita divina in noi. Il perdono è un altro tipo di pane (pensiamo al pane di p. Cristoforo nei Promessi sposi), sì perché non abbiamo bisogno solo di nutrire il corpo ma anche il cuore, le relazioni che sovente sono difficili e conflittuali. E l’unico elemento che le fa vivere e non sopravvivere in qualche modo è il perdono reciproco. Nell’ultima petizione si chiede di non essere abbandonati nell’ora della tentazione. Attenzione, non sottratti dalla tentazione (quella viene) ma sostenuti quando avverrà.
Il Pater noster, l’abbiamo ben capito, è più di una formula; è una vita che si esprime, un modo di stare al mondo.
Commento a cura di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia