20 Luglio 2025
XVI Domenica
del Tempo Ordinario
Anno C
Maria sceglie l’unica cosa necessaria: Gesù stesso, ascoltato con amore e perseveranza. Marta serve, ma si agita: solo l’ascolto pacifica il cuore.
IL PRIMATO DELL’ASCOLTO
In questa domenica portiamo l’attenzione su Marta e Maria. Gesù è in cammino verso Gerusalemme, e con lui ci sono i discepoli. Luca evidenzia come Gesù sia il missionario che nella fatica dell’annuncio viene accolto in una casa ospitale ed amica. Marta e Maria sono invece l’icona dell’accoglienza della parola di Dio, del Vangelo portato da Gesù. Le due sorelle hanno due modalità diverse di porsi davanti al Maestro: Maria è seduta ai suoi piedi e lo ascolta, Marta, invece, è tutta intenta nei suoi doveri di accoglienza e servizio. Sono due modalità, dicevamo, diverse, e che devono armonizzarsi.
Maria compie un gesto alquanto inconsueto per una donna del suo tempo: si intrattiene con l’ospite. Assume di per sé un ruolo che spettava agli uomini. Non solo. Sedersi ai piedi del Maestro esprime anche la volontà di essere sua discepola. E Gesù – altro fatto insolito per il tempo – ha accolto, come sappiamo, un discepolato femminile (cf. Lc 8,2). Questo, chiaramente, è stato accettato gradatamente dalla comunità cristiana e non senza una certa fatica. Questa fatica, se vogliamo, è registrata anche nel IV Vangelo, nell’episodio della samaritana: «In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna. Nessuna tuttavia gli disse: “Che desideri?”, o: “Perché parli con lei?” (Gv 4,27)». Se nel IV Vangelo nessuno osa parlare, qui a Betania Marta esprime in modo pubblico il disappunto di molti. La posizione di Maria è sintetizzata, nel testo greco, con una sola parola: paracathestheisa, che significa «sedutasi accanto». Maria non è solo ai piedi del Maestro, ma è accano a lui. Cosa significa? Che Maria non solo vuole apprendere da Gesù ma vuole apprendere con amore, con quell’amore che diviene vicinanza, prossimità, e intimità. C’è un aspetto affettivo in lei. E qui abbiamo una grande lezione. Il Vangelo, con i suoi contenuti, non è un sistema teologico e neppure un insieme di norme da apprendere e applicare. Il Vangelo segna l’incontro con Gesù. Un incontro che cambia la vita. Ma c’è un’altra particolarità: Maria perseverava nell’ascolto. Il verbo greco all’imperfetto esprime infatti durata. La parola di Dio non si esaurisce nell’atto stesso in cui la si ascolta (ad esempio nella proclamazione del Vangelo nella liturgia). La parola di Dio ha bisogno di essere ruminata, richiamata alla memoria, interiorizzata affinché se ne scopra tutta la ricchezza.
Marta viene descritta in modo particolareggiato. Vediamone alcuni tratti. Luca nota anzitutto che era «tutta presa (parispaomai)» (Lc 10,40). il verbo greco perispao indica distrazione, tensione, affanno eccessivo, un girare attorno a vuoto. A Marta manca un requisito fondamentale per il servizio: la pace interiore. Ecco allora che si fa avanti: «Fattasi avanti» (Lc 10,40). Senza pace, Marta si presenta a Gesù con una certa ostilità verbale: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti» (Lc 10,40). Al fare intimidatorio («fattasi avanti»), Marta accompagna un velato rimprovero («non ti curi») e una certa ingiunzione («Dille dunque…»). Lo stesso rimprovero lo troviamo in Mc 4,38 quando gli apostoli, sulla barca, mentre infuriava il vento, gridano: «Maestro, non ti importa/curi che moriamo?». E Gesù risponde in modo strano: «Non avete ancora fede?» (Mc 4,40). Ecco il punto: la fede. Donde nasce la mancanza di pace? Da dove la paura? Dalla poca fede. E la fede è carente perché carente è l’ascolto. Sì, Marta riconosce che Gesù è il Signore (adesione razionale). Ma non basta: bisogna accogliere il Signore (adesione esistenziale). E come accoglierlo, come riconoscergli questa signoria se non ascoltandolo? Gesù coglie l’occasione per un prezioso insegnamento: «Marta, Marta, tu ti preoccupi/affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta» (Lc 10,41). Marta si preoccupa, si affanna. Il verbo merimnao esprime la divisione del cuore attratto da due obiettivi. Marta vuole da una parte onorare l’ospite, ma dall’altra è tiranneggiata dalle cose che sente gravare su di lei. Che fare? Se da una parte è da lodare il suo servizio, dall’altra è da rimproverare il suo affanno eccessivo che testimonia che ai molti servizi ha sacrificato l’unum necessarium. E non bisogna dimenticare un fatto: le molte cose non solo danneggiano l’ascolto ma anche il servizio stesso. Ma come intendere questo unum necessarium? L’espressione: «Una sola cosa» (Lc 10,42) traduce il termine greco enòs, un genitivo che può essere neutro quanto maschile, quindi può riferirsi tanto a cosa quanto a persona. L’unica cosa veramente necessaria, e di una necessità ontologica per un discepolo, è ben più dell’ascolto, è la persona stessa di Gesù. Lui è la parte bella, la parte migliore che niente e nessuno potrà mai togliere.
Commento a cura di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia