26 Gennaio 2025
III Domenica del Tempo Ordinario
Anno C
La mia vita non si svolge solo davanti agli altri ma si rivela agli altri. Ecco la radice della testimonianza: la persona che si fa parola in presenza degli altri.
GESÙ, IL TESTIMONE
Concentriamo la nostra attenzione sull’oracolo di Isaia che Gesù legge nella sinagoga di Nazareth: «Lo Spirito del Signore è sopra di me per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio» (Lc 4,18). Gesù, applicando a sé questa parola, riconosce come nel battesimo al Giordano lo Spirito Santo l’ha consacrato e poi inviato a portare il Vangelo di Dio. Notiamo la dinamica: lo Spirito è sceso (da Dio) e si è posato (epi) su di lui. Questa “presa di possesso” o consacrazione l’ha abilitato alla missione. Non deve sfuggirci un dato importante: la consacrazione, in questo processo, sta al centro: è dono dall’alto e precede la missione. Cosa significa? Che la consacrazione non si esaurisce nella missione. Sono due realtà che si richiamano, che si fecondano reciprocamente, ma allo stesso tempo sono indipendenti. Cosa esprime la consacrazione? L’appartenenza a Dio e non, in primis, il compito, la missione da svolgere. La consacrazione inerisce alla persona. Attenzione allora: Gesù non è stato consacrato per fare (per questo non c’è bisogno di una consacrazione), ma per testimoniare Colui che l’ha inviato, il Padre. Solo in questo orizzonte la missione diventa buona novella ai poveri (vv. 18-19) in una apertura senza preclusioni o confini (vv. 23-27). Ma chi è il testimone? Ognuno di noi vive ed agisce davanti agli altri. Questo è un dato incontrovertibile. Questo vivere e agire in rapporto agli altri è da una parte un dato e dall’altra un compito. Perché un dato? Ma perché nessuno può sottrarsi agli altri. Per quanto talora si fugga come Giona il nostro essere si presenta sempre davanti agli altri. Perché è un compito? Perché ognuno di noi ha una responsabilità verso il suo prossimo; responsabilità che implica quindi un compito. Ci chiarisce Emmanuele Levinas, che diceva, al riguardo, che «la prossimità dell’altro è la mia responsabilità per lui» e che «farsi prossimo significa essere custode del proprio fratello» che vedo. Bella l’ultima sottolineatura: che vedo… perché? Perché ci fa capire che l’etica è un’ottica. In questo modo la mia vita non si svolge solo davanti agli altri ma si rivela agli altri. Bene, in questo rivelarsi abbiamo la radice della testimonianza. Non da ultimo, la testimonianza è un evento che coinvolge tutta la persona. Limitata alle sole parole non è credibile. Questo perché la testimonianza è un modo di essere e agire prima ancora che di parlare. Potremmo dire anche così: la testimonianza è la persona che si fa parola in presenza degli altri. Per cui, chi ci sta davanti:
più che ascoltare accoglie;
più che conoscere riconosce;
più che assentire si sintonizza.
Ecco come ha camminato Gesù, il testimone di Dio e quindi come siamo chiamati a camminare anche noi nella compagnia degli uomini.
Commento a cura di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia