2 Luglio 2023

Tredicesima Domenica
del tempo ordinario

Anno A

Ciò che ha reso grande Gesù sul Calvario non è stato tanto il suo patire, indicibile e grande, ma il suo amore infinito, gratuito e ostinato.

L’infinito in un gesto

Della pagina evangelica di questa domenica, dove avvertiamo tutta la radicalità della proposta cristiana, vogliamo evidenziare solo una espressione di Gesù, là egli dove afferma: «Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me» (Mt 10,38). Anzitutto ci chiediamo: cosa significa prendere la propria croce? Bisogna capire bene cosa è stata la croce per Gesù, per poi capire cosa sia la croce per il discepolo. Dobbiamo però chiarire un aspetto importante, ed è questo: non bisogna guardare Gesù a partire dalla croce; al contrario, occorre leggere la croce a partire da Gesù. Ha scritto il teologo Giovanni Colombo: «Non è la croce a fare grande Gesù Cristo; è Gesù Cristo che riscatta persino la croce, la quale è propriamente da comprendere non retoricamente da esaltare». Come è noto, per la Scrittura la croce è la morte del maledetto da Dio (cf. Dt 21,23; Gal 3,13); per gli autori pagani è il supplizio proprio degli schiavi (Tacito), il più crudele e orribile (Cicerone). Chi muore in croce è quindi nemico della comunità dei credenti e nocivo alla polis, all’ordine costituito. Gesù muore in croce il 7 aprile dell’anno 30. Questa morte è apparsa subito uno scandalo (cf. 1Cor 1,23), al punto che alcuni cristiani hanno finito per negarne persino la storicità, e il Corano, successivamente, arriverà ad affermare che Gesù è stato sostituito all’ultimo momento da un altro uomo perché il Messia di Dio non poteva certo morire in quel modo. Eppure la fede autentica non esiterà ad affermare che proprio sulla croce Gesù ha narrato Dio (cf. Gv 1,18), ha reso testimonianza alla verità (cf. Gv 18,37), e ha manifestato l’amore del Padre per l’umanità peccatrice (cf. Gv 3,16), trasformando così l’ignobile strumento di morte in un trono di gloria. Per cui, ciò che ci ha redenti non è stata tanto la sofferenza di Gesù ma il suo amore. Possiamo dire anche in questo modo: Gesù non ha semplicemente offerto la sua sofferenza al Padre per la nostra salvezza, ma ciò voleva essere in quella sofferenza ossia un puro dono d’amore che andava fino in fondo, fino all’estremo, fino alla totalità, fino a quei vertici umanamente impensabili i quali sono capaci di salvare. Quindi, per ritornare alla suggestione di Colombo, ciò che ha reso grande Gesù sul Calvario non è stato tanto il suo patire (indicibile e grande senza alcun dubbio) ma il suo amore (infinito, gratuito e, aggiungiamo, ostinato). Il cristiano, ripetiamo, non adora quindi la croce ma colui che si è lasciato inchiodare su di essa dando così senso a ciò che umanamente senso non ha ossia la sofferenza fisica, morale, e psichica di cui la croce è anche sintesi e simbolo. Ma «portare la croce» ha un altro aspetto molto importante e non sempre evidenziato. Bisogna sapere che quando il condannato si avviava verso il luogo dell’esecuzione portando il patibolo, lungo il percorso veniva deriso e insultato dalla folla. La folla era tenuta a questo dileggio. Questo è successo anche a Gesù, naturalmente, ed evidenzia come per la gente, i capi religiosi e politici e anche per gli stessi discepoli l’opera e il messaggio del Nazareno sono apparsi in quell’ora tragica come un fallimento e una grande delusione (cf. Lc 24,21). La croce è una via di donazione, di solidarietà, di rinuncia a fare della propria vita il centro attorno al quale tutto deve convergere; è una via quindi di amore dove anche solo anche un bicchiere d’acqua fresca donato al fratello o alla sorella può diventare un gesto che rivela l’Infinito.

Commento a cura di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia

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