13 Settembre 2026

XXIV Domenica
del Tempo Ordinario

Perdonare è un dono pieno: libera dal rancore, spezza la violenza e, con la grazia di Dio, trasforma l’odio in amore.

SETTANTA VOLTE SETTE

Ma cosa intendiamo per perdono? Perdonare non è condonare. Il condono è la rinuncia al diritto di esigere un risarcimento. Non è neppure dimenticare, che sovente è solo una strategia psicologica per rimuovere le ferite. Perdonare viene da per-dono. Per, in latino, ha il significato di compimento. Il perdono è un dono perfetto, totale. È un dono che facciamo a chi ci ha offeso, il più grande; è un dono che facciamo anche a noi stessi. Sì, perché se non perdoniamo: il risentimento ci incurva, ci esaurisce, ci porta alla depressione; la rabbia ci corrode il corpo e la mente; l’odio ci priva della libertà; la vendetta ci autodistrugge. Noi siamo chiamati a vivere il perdono in quanto cristiani. Ma prima di entrare dentro questo specifico, vorrei mettere in luce tre difficoltà che viviamo, dal punto di vista antropologico, nel dare e ricevere perdono. La difficoltà a perdonare è un momento di grande verità. Lì comprendiamo che esiste in noi un istinto di aggressività. La difficoltà al perdono ridimensiona il mito dell’io buono, che ama Dio e il prossimo…In noi, purtroppo, c’è violenza, e questa violenza va riconosciuta. Perdonare significa rinunciare ai ricatti, deporre le armi della ritorsione o della vendetta, non farsi arbitrariamente giustizia.; perdonare significa interrompere la spirale di violenza. L’istinto di dominio ci porta a voler dominare e prevalere sugli altri, a influenzare, comandare o vietare. Soddisfacendo questo istinto ci crediamo onnipotenti. Chi vive dominato da questo istinto vede il perdono come una esperienza di dipendenza. Per cui viene rigettato. Quando si perdona si dipende dall’altro, dal suo potere, dalla sua imprevedibilità (può accettare o no il perdono). Questo fa paura, per cui ci si difende giustificandoci in questo modo: «Faccio il sostenuto, così impara…Non gli rivolgo la parola, così un’altra vota starà più attento… Devo fargli capire che mi ha ferito, perché ho anch’io una dignità». E via di seguito. Ognuno di noi ha una immagine di sé generalmente positiva, per cui se viene intaccata in qualche modo ci sentiamo feriti. Ma qui bisogna fare un distinguo. Spesso chi ci richiama non ha nessuna intenzione di colpire il nucleo profondo della nostra persona; il richiamo verte sui nostri atteggiamenti, sulle parole. I nostri atteggiamenti, seppur ineriscano alla nostra persona, non possono mai definirla nel suo nucleo più profondo. Comunque la difficoltà al perdono nasce in questo caso dalla stima esagerata che abbiamo di noi stessi. Per giungere al perdono bisogna evitare quattro errori: il perdono senza cuore. Gesù, nel Vangelo (cf. Mt 18), invita i suoi discepoli a perdonare sempre, settanta volte sette, e con tutto il cuore. Se non perdoniamo con il cuore coltiviamo il germe mortale del rancore. Il rancore ha una forza incredibile e sa trasformarsi in forza violenta e distruttrice anche dopo anni; il perdono senza storia. Nella storia ci separiamo e nella storia siamo chiamati a riconciliarci. Ci vuole però tempo, gradualità. Il perdono non può essere immediato (si veda al riguardo la storia di Giuseppe in Gen 37-50); il perdono senza parola. Il perdono implica il gesto, la parola perché è un evento tra due mai un evento solitario; il perdono senza grazia. Il perdono cristiano non è un semplice riequilibrio di legami spezzati. Abbiamo bisogno della grazia di Dio per vivere il perdono, per chiamare fratello e sorella chi ci ha offeso, chi si è dichiarato nemico. C’è un aspetto importante del perdono cristiano, che evidenzia il bisogno della grazia. Nel cristianesimo non è il carnefice che deve convertirsi (anche) ma la vittima. In che senso? La vittima è chiamata a trasformare l’odio in amore, la vendetta in perdono; è chiamata a non confondere il peccato con il peccatore, distinguendo il male (che va sempre denunciato) da chi l’ha compiuto. Non è facile ma è quanto il Vangelo richiede a chi vuole essere discepolo di Cristo.

Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)

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