2 Agosto 2026
XVIII Domenica
del Tempo Ordinario
Guardare il cielo orienta al Padre: misura la vita, apre alla fiducia e svela che nel nulla umano abita la pienezza di Dio.
GUARDARE IL CIELO
C’è una cosa che Gesù fa sovente: guardare il cielo. Con questo gesto accompagna le sue azioni, le sue relazioni, gli istanti semplici del quotidiano e le ore solenni e misteriose della notte. Lo fa anche davanti a chi lo provoca, lo tenta, lo insulta. In questo modo non guarda solo il luogo della sua provenienza ma vuole volgersi verso il suo orientamento interiore: il Padre, che avverte vicino e lontano, presente e assente e del quale ha una fiducia senza limiti al punto da non essere neppure sfiorato dall’impossibilità di nutrire nel deserto una moltitudine di uomini e donne. Guardare il cielo è pure un atto antropologico importante perché in questo modo si comprende la distanza tra l’uomo e Dio; ma non solo, esso esprime, nella sua semplicità, le dimensioni dell’esistenza rispettando le proporzioni delle realtà della vita. Se non si guarda il cielo è impossibile prendere le misure della vita in modo corretto. C’è un versetto illuminante al riguardo di M. Anna Maria Cànopi osb, dove traspare il suo profondo legame con Dio percepito grazie anche ai fremiti della natura:
Mi piace il cielo
sempre di più mi piace il cielo.
(…)
Io non ho nulla
quando mi guardo e lo guardo
è mio.
In primis emerge la reciprocità dello sguardo. Guardare il cielo non ha nulla di passivo né di alienante, ma segna misteriosamente un incontro. Il cielo guarda, ci guarda, suggerendo così che Dio, il Padre, avvolge la nostra piccola anima. Lui, l’infinità, come direbbe Leopardi. Se avverte, ed è paradossale, di non avere nulla e allo stesso istante di possedere tutto.
Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)