22 Febbraio 2026
I Domenica
di Quaresima
Anno A
Nel deserto Gesù scopre la vera umanità: non possedere, non usare Dio, non cercare potere. Così la sua umanità diventa trasparenza del volto di Dio.
DIVENIRE UOMO, SECONDO DIO
In questa I Domenica di Quaresima siamo posti davanti ad una importante icona cristologica. Ma prima di osservarne alcuni tratti vogliamo chiederci: chi era quel giovane ebreo, nato in un paesino sperduto del Nord, da alcuni accolto come salvatore mentre da altri messo a morte come un impostore? Era nato attorno al 3760, secondo il calendario della sua gente, e su precise indicazioni dall’alto, date però solo a sua madre (cf. Lc 1,31). Fu chiamato Yeshùa, che significa «Dio salva». Oggi però è conosciuto con un nome non del tutto fedele al suo originale ebraico: Gesù. Circonciso, come tutti i maschi in Israele, fu poi ammesso, verso i tredici anni, attraverso il rito del bar mishpat, alla lettura pubblica delle Scritture. Dopo di allora un lungo e misterioso silenzio confermato anche dagli evangelisti. Solo Luca, in modo sobrio, ci attesta che «cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52). Ma poi nient’altro. Quando, da adulto, tornò a Nazareth, a casa sua, tutti si meravigliarono per le sue parole e si dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?» (Lc 4,23). Sì, era un falegname, come suo padre, ed era stato formato tra odori di resine, colle e grassi fino al giorno in cui si mise in fila, al Giordano, per ricevere un battesimo di penitenza da parte di suo cugino, Giovanni il Battista. Da quell’evento però le cose cambiarono. Si ritirò subito quaranta giorni nel deserto. Lì interiorizzò quanto udito al fiume da una voce misteriosa che era risuonata nel cielo della sua anima, e solo più tardi cominciò ad annunciare il Vangelo di Dio ad una umanità sfinita e in attesa. Ma cosa comportò questo ritiro nell’eremo solitario? Semplice: là, dove solo il silenzio era spettatore del suo travaglio, comprese cosa significa essere uomo. Capì che non bisogna usare tutto per sé o consumare tutto a proprio vantaggio. Insomma, per essere uomini è illusorio fare di tutto un piatto commestibile, e che è disumanizzante misurare sempre e solo sulla propria utilità. L’uomo è tale quando sa nutrirsi di Dio, senza il quale non c’è pane che sazia, ma solo disgusto e nausea. E che il pane, per non finire mai, è necessario condividerlo. Non ha neppure cercato di appropriarsi di Dio ossia servirsene per accrescere la propria autostima o il proprio successo. Non ha abusato del sacro, cercando il miracolo, non ha mai ha mai tentato Dio, che con audacia chiamava Padre. È evidente allora che rifiutò ogni forma di potere. Era la terza tentazione, forse non la principale ma certamente la più pericolosa. Ne uscì vincitore tanto che la sua umanità divenne trasparenza del volto stesso di Dio. I tratti umani di Yeshùa sono importanti per noi, non solo per conoscere chi era ma per poter confessare il lato divino della sua persona. Non basta allora credere che Gesù è il Messia, il Figlio, ma riconoscere che Dio si è manifestato nella sua bella umanità, fiorita nella benedetta solitudine del deserto.
Ascoltiamo un commento poetico di Madre Anna Maria Cànopi:
Uomo,
crisalide divina
nel bozzolo del tuo mistero
tu sempre aspetti
di nascere
ancora.
Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)