7 Dicembre 2025

II Domenica
di Avvento

Anno A

Dio affida all’uomo i suoi doni perché crescano: nella libertà e nella fiducia ogni morte può aprirsi alla vita nuova.

SERVI DI UN DIO ASSENTE

C’è la guerra e si dice: «Gli uomini sono malvagi» (e non si fatica a crederlo). C’è un bambino che muore distrutto dalla malattia e le parole muoiono in bocca, mentre nel cuore sale l’interrogativo: «Ma Dio dov’è? Perché permette tutto questo?». Nella nostra società regna la cupidigia, e quindi la violenza e l’ingiustizia e i più poveri sono sempre più poveri, afflitti ed emarginati. «Ma perché – si chiedono in molti – Dio non interviene a loro difesa? Perché li abbandona ai prepotenti della storia?». L’assenza di Dio mette in crisi la fede del credente eppure, se apriamo i Vangeli, Gesù ci sorprende. Sì, quel Dio che fa problema, afferma il rabbi di Nazareth, è un Dio che nella sua ascondità dà fiducia all’uomo. Leggiamo in Mt 25,14:

Avverrà infatti come a un uomo (padrone) che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni.

Se il padrone della parabola non partisse forse la vita sarebbe più sicura. Ma quest’uomo, icona di Dio, vuole essere assente. Perché? Per lasciare libero il campo del mondo e l’uomo possa in esso costruire responsabilmente se stesso. Per questa edificazione, Egli lascia i suoi beni, li consegna generosamente affinché siano fatti fruttificare. Non solo. Dio vuole essere assente affinché l’uomo possa sceglierlo non per interesse o per paura ma spinto dalla consapevolezza del desiderio profondo che lo attraversa. Ancora, Dio è assente perché è Colui che continuamente viene mentre l’uomo lavora nel grande cantiere della vita. In questa prospettiva, Dio appare più vicino e solidale e l’uomo non si sente più tra le mani di forze oscure e ignote. Di più, Dio può trasformare la morte (con la sua assurdità) in una vita nuova, risorta. Illuminante un passo di Teilhard de Chardin: «Il grande trionfo del Creatore e del Redentore consiste, per le nostre prospettive cristiane, nell’aver trasformato in fattore essenziale vivificante ciò che, in sé, è una forza universale d’indebolimento e di distruzione (la morte). Proprio per penetrare definitivamente in noi, Dio deve, in qualche modo, scavare in noi, crearvi un vuoto, farsi un posto. (…) La morte è incaricata di praticarvi il varco necessario. Ci porterà allo stato organico richiesto perché precipiti su di noi il Fuoco divino. In questo modo, il suo nefasto potere di decomposizione e di dissolvimento verrà captato per la più sublime operazione della Vita». Ecco Chi attendiamo, ecco Chi ci aspetta ad ogni istante e dentro ciò che ci è dato di vivere. In qualche maniera, scrive sempre de Chardin, Egli «è sulla punta della mia penna, del mio piccone, del mio pennello, del mio ago, – del mio cuore, del mio pensiero. È portando sino all’ultima perfezione naturale il tratto, il colpo, il punto al quale mi sto dedicando, che coglierò la Meta ultima a cui tende il mio volere profondo».

Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)

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