14 Settembre 2025
XXIV Domenica
del Tempo Ordinario
Anno C
La croce non è sconfitta ma amore supremo di Gesù, che ci chiama a rinnegare l’io e seguirlo liberamente con obbedienza e solidarietà.
La liturgia odierna ci invita a riflettere sul mistero della croce di Cristo e nostra, che, come credenti, siamo chiamati a capire e a portare. Paolo, ai cristiani di Corinto, diceva che la croce è scandalo per i giudei e stupidità per i greci, ma, aggiungeva, è potenza e sapienza di Dio per noi cristiani. Ma guardando alla croce, al Crocifisso anche i cristiani di oggi possono patire scandalo o provare vergogna. Sulla croce, Cristo è umiliato e impotente. Possiamo dire, umanamente parlando, che sulla croce Cristo è sconfitto. Celso, un filosofo del II secolo, derideva i cristiani perché chiamavano “Signore” un Crocifisso, e perché appartenevano ad una societas – la chiesa – la cui composizione sociologica era estremamente povera e insignificante. Ma lo spirito di Celso è ancora presente tra noi, sebbene usi un’altra tattica: oggi loda il Cristo maestro di filantropia oscurando così la croce. E Ilario di Poitiers, un padre del IV secolo, affermava – in un testo attualissimo – che la nuova persecuzione verso i cristiani (almeno qui in Europa) non flagella più la schiena, ma accarezza il ventre, non ci colpisce il corpo ma ci prende il cuore, con ci taglia la testa con la spada ma ci uccide l’anima con il denaro. In questo modo la croce non è derisa in modo diretto e visibile ma è lentamente svuotata. Il che è peggio. Ma allora cos’è la croce di cui Gesù?
C’è un aspetto che non dobbiamo mai dimenticare: non è la croce a far grande Gesù; è Gesù che riscatta la croce, la quale è da capire (come dicevamo) e non certo retoricamente da esaltare. Attenti: Gesù non ha fatto della croce il fine della sua esistenza. Al cuore del suo agire ha posto l’amore assoluto e incondizionato a Dio e all’uomo. E a questa opzione è rimasto fedele fino alla morte. Per cui, ciò che ci salva non è la sua sofferenza sulla croce, ma il suo amore. Mi spiego meglio: sulla croce Gesù non ha offerto la sua sofferenza al Padre per noi, ma ciò che diventava in quella sofferenza. E cosa diventava? Un uomo che andava fino a quei vertici di amore che sono capaci di salvare, un uomo che ridava senso all’insensatezza della sofferenza, del dolore, della morte, a quanto noi chiamiamo croce. Lo intuì anche san Bernardo, quando guardando al Crocefisso disse: al Padre non è piaciuta la morte del Figlio (il nostro non è un Dio sadico), ma la volontà di morire liberamente per la salvezza del mondo. Ecco la croce: un amore così grande da farsi obbedienza al Padre (palo verticale), e solidale con gli uomini (palo orizzontale).
Gesù ha più volte invitato: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Notiamo: «Se qualcuno…» – esordisce Gesù. Cosa vuol dire? Semplice: seguire Cristo non è un obbligo, ma una proposta che interpella la nostra libertà. C’è poi un verbo importante, che va compreso: «rinnegare». In greco è aparneomai che significa «rinnegare con forza». Cosa rinnegare con forza? Se stessi. Questo non significa che dobbiamo distruggerci; significa che non dobbiamo fare del nostro “io” un padrone assoluto che ci trascini in schiavitù. Allora: rinnegare se stessi significa non fare di se stessi il valore ultimo, il punto attorno al quale tutto deve girare. Ma far sì che Cristo sia il centro della propria esistenza, quindi il riferimento, l’oriente. Allora, portare la croce equivale a seguire la logica di Gesù che, come abbiamo ricordato, ha significato vivere un’obbedienza d’amore verso il Padre ed una fattiva solidarietà verso il prossimo. E se è vero che la croce ci svela il volto di Dio, la medesima croce svela il volto del credente come figlio di Dio.
Commento di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia (Italia)