11 Luglio 2025

Solennità del Santo Padre Benedetto

La vita claustrale non è fuga dal mondo ma possesso di Dio: spazio di rivelazione, lotta interiore e custodia silenziosa dell’immagine di Cristo.

«GLI ARDEVA IN CUORE UN’UNICA ANSIA: PIACERE SOLO A LUI»

San Gregorio Magno, nei Dialoghi, afferma in modo inequivocabile che Benedetto, spinto dal desiderio di Dio abbracciò inizialmente la solitudine eremitica. Non solo, ma quando divenne padre nello Spirito volle circondare le varie fondazioni monastiche in sacri recinti claustrali, quasi per rivivere l’esperienza esemplare dei monaci del deserto. Tutto questo non certo per aristocratico disprezzo nei confronti del mondo. Tutt’altro. Bisogna chiarire, a scanso di equivoci, che la vita claustrale in primis non è una scelta ma – se possiamo usare un ossimoro – una libera obbedienza: «Perciò, ecco, io la sedurrò, / la condurrò nel deserto / e parlerò al suo cuore» (Os 2,16). Il deserto si configura quindi come uno spazio di rivelazione, un luogo ove Dio manifesta se stesso e chiama ad una comunione di vita. Cosa dovrebbe essere allora, anche oggi, un monastero se non un luogo di rivelazione, ove Dio si manifesta faccia a faccia, nel soffio dello Spirito? Mosso dalla lettura di alcuni testi illuminanti di sr. Chiara Augusta Lainati, ho cercato di capire un po’ meglio cosa significa il termine claustrum (che forse troppo facilmente facciamo derivare da claudo). Bisogna sapere che come Israele è stato liberato attraverso il deserto da Dio, per poi entrare nella terra promessa, così anche noi, nuovo Israele, siamo stati salvati in Cristo mediante la sua Pasqua di morte e risurrezione per essere introdotti nella sua eredità (kléros). La Chiesa del deserto, di cui la vita monastica è profezia, è la Chiesa destinata ad entrare (en klerò) in questa proprietà (klèros), in questa eredità promessa, in questa terra ricevuta in sorte. La parola clausura deriva, con tutta probabilità, da queste radici, tramite l’assonanza del greco giudaico dell’ambiente alessandrino klàostron e il latino claustrum.  Per cui il klàostron-claustrum non è tanto una zona chiusa (arctum reclusorium) ma il possesso di Dio, e chi vi entra, entra nella Sua eredità. Fuori c’è il pro-fanus ossia ciò che è vicino al sacro, che sta al confine con Dio. Da quel profano tutti volgono lo sguardo a questo possesso che è Dio stesso, a questa clausura vista quindi come il mitico giardino di Genesi dove sul far della sera l’Altissimo amava passeggiare. L’exire de saeculo, che caratterizza Benedetto, è quindi solo per un entrare (en klerò) nella pienezza dell’eredità promessa (klèros). Ma la clausura è pure la terra della nuda fede, del puro affidamento allo Spirito, dove si impara a vivere quotidianamente dalla mano di Dio. È una terra di lotta dove ci si esercita nel discernimento per non soccombere al fascino ingannevole del credere solo in se stessi (autopistis), nella sufficienza di sé (autoritmia) e nell’auto-adorazione narcisistica (autolatria). Non è semplice, né scontato, né immediato, perché il monaco sarà sempre attraversato dal demone dell’accidia che gli renderà insopportabile e quindi inutile dimorare nella cella, abitare nel proprio cuore e nel proprio corpo (habitare secum), rendendolo in questo modo facile preda di varie paure (malattie vere o immaginate), intollerante verso gli altri (che diventano bersaglio ove scaricare le proprie frustrazioni), e tentato di abbandonare la vita monastica per un servizio giustificato più urgente per la Chiesa. Ecco allora i mille espedienti per evadere, per abbandonare un paesaggio claustrale ritenuto monotono e povero per la realizzazione di sé. Oggigiorno, poi, gli strumenti non mancano, pensiamo solo ai mezzi di comunicazione. Ma una sovraesposizione mediatica se da una parte rende più noti, dall’altra rischia, a lungo andare, di presentare un volto senza più anima scadendo nel ridicolo. E potremmo continuare, ma mi fermo su un passo dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij là dove lo starez Zosima parla del monaco e della funzione della vita monastica:

Padri e maestri, che cos’è un monaco? Fra la gente istruita, ai nostri giorni, questa parola viene pronunciata in tono di scherno, o addirittura come un’ingiuria. E più si va avanti, peggio è. Sì, è vero, purtroppo, è vero, anche fra i monaci ci sono molti fannulloni, molti sensuali e lussuriosi, molti vagabondi insolenti. È di questi che parlano le persone istruite e di mondo: «Voi – dicono – siete dei pigri, siete membri inutili della società, vivete del lavoro altrui, siete dei mendicanti senza vergogna». Eppure ci sono tanti monaci umili e mansueti, assetati di solitudine, di silenzio e di fervida preghiera! Ma di questi la gente parla meno, magari non ne parla affatto, e queste persone si meraviglierebbero se dicessi loro che da questi uomini mansueti, assetati di solitudine e di preghiera, verrà ancora una volta la salvezza della Russia! Perché essi davvero si tengono pronti, in silenzio, per il giorno e quell’ora, per quel mese e per quell’anno. Intanto, nella loro solitudine, conservano in tutta la purezza della verità divina l’immagine di Cristo, intatta e bellissima, ricevuta in consegna dagli antichi padri, dagli apostoli e dai martiri, e quando sarà necessario la mostreranno al mondo, ormai scosso nella sua verità umana.

I solitari, noti solo a Dio, sono il lievito che sparisce nella massa di farina e che a poco a poco tutta la fermenta e la solleva per il pane di ogni giorno posto sulla mensa dei figli dell’uomo.

Commento a cura di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia

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