1 Ottobre 2023
XXVI Domenica
del tempo ordinario
Anno A
Fare la volontà di Dio significa realizzare se stessi, portare a compimento l’essere ad immagine e somiglianza.
UN NO CHE DIVENTA SI E UN SI CHE DIVENTA NO
Davanti a Dio, l’uomo risponde in modo variegato e talora opposto; c’è chi lo accoglie con entusiasmo e chi lo rifiuta con veemenza. Il brano evangelico odierno ne è un esempio. Ma andiamo all’esordio del racconto, dove Gesù dice che «un uomo aveva due figli». Non parla di un padre ma di un uomo (ànthropos). Forse è sotto inteso o forse ci è dato di capire una prima cosa importante: un padre non può definirsi da sé, ma è definito dal proprio figlio. Un padre genera ma è il figlio che riconosce e talora suscita una paternità. Senza tale riconoscimento siamo nell’anonimato. Questo padre poi invita i suoi due figli ad andare a lavorare nella vigna. Notiamo: l’ordine è solo per quel giorno (Mt 21,28). È il minimo di sottomissione. Notiamo ancora il verbo «lavorare» (ergàzomai), che non ha una connotazione servile. Potremmo dire che il padre manda i suoi figli a plasmare, a dar forma ad una certa realtà. Questa realtà è la loro esistenza. Questi due figli sono perciò mandati a realizzarsi, a dare compimento alla loro vita, a percorrere creativamente la loro storia. Ed ecco le due reazioni. Il primo dice no ossia non ne ha voglia ma poi ci va; il secondo è entusiasta ma poi si ritira e rifiuta. Se è vero che la vigna è una immagine della nostra esistenza, la quale è dono e compito, è altrettanto vero che in essa si può operare solo nella libertà e non per costrizione. Ed è quello che capisce il primo figlio. Il secondo invece non ha compreso che il comando paterno era un invito e non un imperativo a dar forma alla propria vita, come abbiamo detto, per cui si ritira forse spaventato dall’impresa. Fare la volontà di Dio significa realizzare se stessi, portare a compimento l’essere ad immagine e somiglianza (cf. Gen 1,26), avere, come scrive Pietro (cf. 1Pt 2,12) una vita bella (kalos) ossia significativa e appagante.
Padre buono,
aiutaci a crescere nell’amore
per sperimentare la nostra vera libertà filiale.
Insegnaci a trasformare in «sì»
i tanti «no» che ancora ci separano da te
fino a dirti un «eccoci» senza riserve.
Commento a cura di d. Sandro Carotta, osb
Abbazia di Praglia