27 Settembre 2020

XXVI Domenica del Tempo ordinario

Anno A

Nei due figli della parabola non c’è il «sì» pronto di Gesù, ma egli ci dona la possibilità di intraprendere la via della conversione.

Ez 18,25-28; Sal 24 (25); Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

L’inno di Filippesi 2 celebra il mistero del Figlio di Dio che entra nella condizione umana collocandosi all’ultimo posto, quello dello schiavo, che lo rende non solo obbediente al Padre, ma sottomesso anche agli uomini, fino alla morte di croce, che nell’impero romano era la morte riservata in particolare agli schiavi. Da quell’ultimo posto egli ci abbraccia davvero tutti, nessuno rimane escluso dalla sua misericordia. Come ricordava il Cardinale Kasper nel Concistoro del febbraio 2014, «per quanto l’uomo possa cadere in basso, non potrà mai cadere al di sotto della misericordia di Dio». Accogliere la misericordia significa credere che la conversione è possibile e che, come ricorda Ezechiele, è la via della vita. Pubblicani e prostitute ci passano avanti nel regno di Dio anche perché diventano per tutti modelli da seguire, proprio per la loro disponibilità ad accogliere il lieto annuncio della salvezza e a lasciarsi da esso radicalmente trasformare. I due figli della parabola vivono entrambi obbedienze imperfette. In nessuno dei due c’è il «sì» pronto e pieno che fa di Gesù il Figlio obbediente. Ma Gesù non pretende da noi un «sì» come il suo; ci chiede piuttosto di intraprendere con fiducia il cammino paziente e perseverante della conversione.

Commento a cura della Comunità di Dumenza

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